Blog Il governo di un vecchio reazionario

Il governo di un vecchio reazionario

«Son dunque gli stessi popoli che si fanno dominare, dato che, col solo smettere di servire, sarebbero liberi. […] È il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca» (Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, 1552 ca., trad. di F. Ciaramelli, Chiarelettere 2011, p. 10). Rimane l’enigma del perché gli umani siano così facilmente spinti a rinunciare alla libertà e a sottomettersi anche e soprattutto nei confronti di chi li danneggia.
Una questione politica e antropologica che appare singolarmente grave nella storia d’Italia, un Paese che da Mussolini a Renzi -passando per Andreotti, Craxi, Berlusconi- ha acclamato e sostenuto dei capi di governo spesso buffoni e/o criminali. È quanto si chiede anche Alberto Burgio in questa sua analisi finalmente esplicita, che chiarisce la natura socialmente criminale del governo italiano in carica e di chi lo guida.


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Pubblico impiego, ora sappiamo chi è Renzi
di Alberto Burgio, il manifesto 5.9.2014

Si dice che con­ti­nui la luna di miele tra il governo e il paese. Renzi se ne vanta, con quella vanità gon­fia di vuoto che Musil defi­niva biblica. Fosse vero, si ripro­por­rebbe un clas­sico pro­blema. Sa que­sto popolo giu­di­care? O forse ama essere irriso, deriso, abbin­do­lato? Era meglio per­sino Monti (ci si passi l’iperbole), il nostro can­cel­lier Morte (parola del Finan­cial Times, che ebbe modo di assi­mi­larlo al rigo­ri­sta che spianò la strada a Hitler). In pochi mesi Monti rase al suolo la parte più indi­fesa del paese, ma almeno non vestiva panni altrui. Renzi non fa pra­ti­ca­mente altro che infi­noc­chiare il pros­simo, con quella sua fac­cia di bronzo da bam­bino viziato e prepotente.
Le balle più odiose riguar­dano ovvia­mente la ridu­zione delle tasse (gli 80 euro per i quali si ribloc­cano i salari del pub­blico impiego). Non­ché la difesa di ceti medi e lavoro dipen­dente. In realtà il governo col­pi­sce duro entrambi.
Nei diritti (è vero, l’art. 18 è un sim­bolo: poi c’è la sostanza, come dimo­stra que­sta novità del mana­ger sco­la­stico che arbi­trerà le car­riere dei col­le­ghi a pro­pria discre­zione). Nelle tutele (per­sino l’Ocse segnala che la «riforma» Poletti esa­gera con la pre­ca­rietà). Nei già esan­gui red­diti. Tor­nano i tagli lineari, ver­go­gnosi in sé, e tanto più per­ché val­gono a soste­nere l’indifferenza tra biso­gni essen­ziali (la salute, la for­ma­zione, la vita stessa) e spre­chi veri, a comin­ciare dalla scan­da­losa spesa mili­tare. E torna – per la quinta volta – il blocco degli scatti nelle retri­bu­zioni dei dipen­denti pub­blici. Non una por­che­ria: un vero e pro­prio furto.
Hanno lor signori idea di che signi­fi­chi di que­sti tempi in Ita­lia per milioni di fami­glie, spe­cie al Sud, per­dere mille euro l’anno? Certo, per chi ne gua­da­gna quin­di­ci­mila al mese o più, è una baz­ze­cola. Per molti invece è un dramma, come dimo­stra quel 5% di fami­glie (l’anno scorso era appena l’1%) costrette a inde­bi­tarsi con ban­che e finan­zia­rie per com­prare libri e cor­redo sco­la­stico. Anche di quella che con­ti­nua a chia­marsi scuola dell’obbligo.
Il peg­gio è la moti­va­zione for­nita cini­ca­mente dalla mini­stra Madia. «Non ci sono risorse». Il che può tra­dursi in un solo modo: «Per que­sto governo sono intan­gi­bili ren­dite e patri­moni, pur in larga misura accu­mu­lati con l’illegalità» (leggi: elu­sione ed eva­sione fiscale).
Ora final­mente chie­dia­moci: che razza di governo è mai que­sto? Chie­dia­mo­celo senza guar­dare alle eti­chette, badando alle cose che fa e pro­getta, dalla poli­tica eco­no­mica alle scelte inter­na­zio­nali, dalla con­tro­ri­forma del lavoro a quella della Costituzione.
Chie­dia­mo­celo noi. Ma se lo chie­dano prima di tutti seria­mente sin­da­cati e poli­tici. La Cgil minac­cia mobi­li­ta­zioni in difesa del pub­blico impiego. Vedremo. Parte del Pd mugu­gna e medita di dar bat­ta­glia sull’art. 81 della Costi­tu­zione. Vedremo. Ma all’una e all’altra sug­ge­riamo di guar­darsi final­mente dall’errore che ci ha por­tati a que­sto stato.
Non c’è più tempo per trac­cheg­giare. Ne va della loro resi­dua cre­di­bi­lità, ma soprat­tutto della vita di milioni di persone.

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Fuori Bersani, fuori Civati, fuori Cuperlo, fuori Bindi.
Non più festa dell’Unità ma festa dell’Uno: Renzi.

Sia chiaro: io amo esser contraddetto, mi esorta al ragionamento.

D’accordo, io sono complice, caro Alberto, ma la mia analisi dei fatti è quella lì. Le analisi del Manifesto sono eleganti ma sembrano scritte in pieni anni ’70; molto più acuto Grillo che, ogni tanto, con istintivo fiuto genovese, nell’analisi del corpo sociale coglie nel segno.

Grazie di cuore per la sincerità e lo spazio concessomi.

Caro Alberto, scriverò senza peli sulla tastiera, se vuoi emendare fallo senza pensare che io me la prenda, ma ti prego, leggi la mia analisi, che è vera e davvero sofferta

a me pare superficiale l’analisi di Burgio; io conosco il PD perchè ne faccio parte, seppur appartenendo alla frangia più «di sinistra» ed essendo conosciuto per essere personalmente uno poco malleabile

allora: non è vero che l’elettorato, o almeno buona parte dell’elettorato che aderisce al pd non s’avvede dello spostamento a destra; la verità è che lo spostamento a destra è nel corpo sociale stesso, cioè si vota PD non perchè non ci si accorge che Renzi è di destra, ma proprio per quello

il corpo sociale si è spostato a destra perchè identifica la sinistra con qualcosa di sbagliato, con qualcosa da superare; è un inganno, ma è un inganno riuscito: le persone credono che la sinistra sia una cosa salottiera che difende i garantiti, che difende chi la pensione l’ha presa, che difende il posto sicuro dei padri e non s’avvede del futuro disperato dei figli

guardiamo alla fiat: la cgil fra i nuovi operai non esiste

è un inganno, ma è riuscito: la colpa della povertà di molti non è attribuita, come dovrebbe essere, alla finanza, alla redistribuzione sempre più pessima, allo smantellamento di un modello sociale che bene o male funzionava, ma è attribuita ai «privilegi» dei dipendenti statali (guardate la campagna denigratoria, il linciaggio verso gli insegnanti)

la destra ha vinto, ha vinto la battaglia dell’egemonia culturale, quelli del manifesto sono illusi, credono ancor all’esistenza di un popolo di sinistra; errore: non esiste più, la partita è persa, Renzi non è la causa ma la conseguenza

Renzismo, una destra en travesti
di Alberto Burgio, il manifesto, 5.4.2015

La discus­sione su quanto sta acca­dendo nel Pd ha rag­giunto da ultimo vette di ine­gua­glia­bile futi­lità. Ora si discute, in quel par­tito e intorno a quel par­tito, sulla misura del legit­timo dis­senso. Niente di meno. Tutto pur di evi­tare di guar­dare in fac­cia la realtà e le pro­prie smi­su­rate respon­sa­bi­lità. Cer­chiamo di fare almeno noi uno sforzo di serietà e di ragio­nare poli­ti­ca­mente su que­sta par­tita che tutto è meno che una discus­sione interna a un gruppo diri­gente. Per­ché c’è di mezzo, lo si voglia o meno, una buona fetta del destino di noi tutti e di que­sto paese.

Un buon modo per comin­ciare è chie­dersi che cosa sia il ren­zi­smo. Che si può ormai defi­nire, in modo sin­te­tico e pre­ciso, un feno­meno di destra masche­rato da vaghe sem­bianze di centro-sinistra. È inu­tile attar­darsi in esempi, anche se è bene non dimen­ti­care che una delle ragioni del disa­stro ita­liano (e non la minore delle respon­sa­bi­lità di chi ha diretto la muta­zione gene­tica del Pci prima, del Pds e dei Ds poi) risiede nel fatto che gran parte dell’elettorato pro­gres­si­sta non è in grado di com­pren­dere. Per cui rimane sotto ipnosi e vota per il Pd indi­pen­den­te­mente da ciò che esso è diven­tato e fa, nell’astratta con­vin­zione di com­piere una scelta «di sinistra».

Ma da quando il ren­zi­smo è un feno­meno di destra tra­ve­stito? Meglio: da quando lo è in modo evi­dente, almeno agli occhi di chi è in grado di deci­frare la poli­tica? Ammet­tiamo che la pre­i­sto­ria fio­ren­tina del pre­si­dente del Con­si­glio non fosse uni­voca sotto que­sto punto di vista.

Con­ce­diamo che le parole d’ordine della rot­ta­ma­zione e il brac­cio di ferro per le pri­ma­rie aperte potes­sero ingan­nare gli inge­nui (o gli sprov­ve­duti). Fin­giamo quindi che si dovesse stare per qual­che tempo a vedere che cosa com­bi­nava il nuovo governo dopo l’occupazione manu mili­tari di palazzo Chigi. Resta che la maschera Renzi se l’è tolta cla­mo­ro­sa­mente già l’estate scorsa, nel primo scon­tro duris­simo su una «riforma» costi­tu­zio­nale dichia­ra­ta­mente volta ad accen­trare nelle mani del governo il potere legi­sla­tivo e a tra­sfor­mare il par­la­mento della Repub­blica in una rie­di­zione della Camera dei Fasci e delle Cor­po­ra­zioni.
È tra­scorso poco meno di un anno e mol­tis­sima acqua è pas­sata sotto i ponti.

Acqua inqui­nata e inqui­nante che ha inve­stito, tra­vol­gen­doli, diritti e con­di­zioni mate­riali di vita e di lavoro (o di non lavoro) di milioni di per­sone. Acqua limac­ciosa e putrida che si chiama jobs act e ita­li­cum; tagli lineari al wel­fare e ancora soldi pub­blici alle scuole pri­vate; acqui­sto di decine di cac­cia­bom­bar­dieri e aumento della pres­sione fiscale sul lavoro dipen­dente ed ete­ro­di­retto; la bufala popu­li­sta degli 80 euro e l’urto fron­tale con i sin­da­cati; la can­cel­la­zione del Senato elet­tivo e decine di voti di fidu­cia e di decreti-legge; dele­ghe legi­sla­tive in bianco e con­ti­nue vio­la­zioni dei rego­la­menti par­la­men­tari; patto del Naza­reno e inde­co­rose tre­sche con Mar­chionne e Con­fin­du­stria. E ancora migliaia di tweet di autoin­cen­sa­mento com­pul­sivo, da fare invi­dia al dit­ta­tore dello Stato libero di Bana­nas.
Bene: che cosa ha fatto la fronda interna del Pd in que­sto non breve arco di tempo?

Quali risul­tati ha por­tato a casa nel suo infi­nito psi­co­dramma (esco non esco, scindo non scindo, voto non voto, mi dimetto no resto, mugu­gno ma mi alli­neo)? Di que­sto biso­gne­rebbe par­lare final­mente, senza tante chiac­chiere sui mas­simi sistemi. E forse si evita con cura di farlo per­ché il bilan­cio è sem­pli­ce­mente disa­stroso. Non solo per­ché Renzi ha potuto sin qui fare e disfare a pro­prio pia­ci­mento, nono­stante non avesse (e a rigore non abbia ancora) i numeri, almeno in Senato.

Non solo per­ché si è fatto in modo che la con­fu­sione aumen­tasse a dismi­sura nel paese, e con essa il disgu­sto per la poli­tica poli­ti­cante.
Non solo per­ché si è ali­men­tata la ver­go­gna del tra­sfor­mi­smo par­la­men­tare, rega­lando ogni mese nuove truppe mer­ce­na­rie al padrone trion­fante, secondo le migliori tra­di­zioni del paese.

Ma anche, soprat­tutto, per­ché, con uno stil­li­ci­dio di penul­ti­ma­tum e di vol­ta­fac­cia e di finte trat­ta­tive e ancor più finte con­ces­sioni strap­pate al domi­nus, si è impe­dito al popolo della sini­stra di orien­tarsi in una bat­ta­glia per la difesa della Costi­tu­zione e per un minimo di giu­sti­zia sociale che è ormai la più dram­ma­tica emer­genza all’ordine del giorno.

Ora, si dice, qual­cosa sta cam­biando. Per­sino il teo­rico della ditta – sino a ieri l’alleato più zelante del pre­mier – non si fida più (ma lo dice già da un mese) e fa la fac­cia truce. O l’italicum cam­bia o saranno sfra­celli. Pec­cato che le cose dav­vero inac­cet­ta­bili – il divieto di appa­ren­ta­mento e il pre­mio stra­to­sfe­rico al par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva – nes­suno le metta sul serio di discus­sione. Che si con­ti­nui a invo­care «un segno di atten­zione» per poter con­ti­nuare la man­frina. E che si fugga come la peste, invece, qual­siasi ini­zia­tiva uni­ta­ria volta a man­dare a casa un governo che è un serio peri­colo per la democrazia.

Per­ché di que­sto si tratta e chi si ostina a negarlo non rap­pre­senta un pro­blema né per Renzi né per la sua impresa. I sedi­centi oppo­si­tori con­ti­nuano a frain­ten­dere la que­stione pen­sando che lo scon­tro riguardi il loro par­tito, se non la loro fazione. No. La verità è che siamo al gran finale di una sto­ria più che ven­ten­nale di liqui­da­zione della sini­stra italiana.

Il gene­roso ten­ta­tivo della Fiom di unire le forze sociali col­pite dalla crisi e dalle poli­ti­che padro­nali del governo ne è a ben vedere la con­ferma più netta per­ché dimo­stra in modo fla­grante che nulla di buono si muove nei paraggi della poli­tica e che il sin­da­cato – la sua com­po­nente più avan­zata – è al momento l’unica risorsa dispo­ni­bile per una rinascita.

Ma que­sta situa­zione deve cam­biare per­ché non ci sarà coa­li­zione sociale che tenga fin­ché il mondo del lavoro resterà senza una rap­pre­sen­tanza poli­tica. E già si è perso troppo tempo. Que­sta è la verità obiet­tiva sot­tesa allo (e nasco­sta dallo) psi­co­dramma del Pd. Prima si avrà l’onestà di rico­no­scerlo e meglio sarà.

Licenziare, licenziare e licenziare. È questa la politica economico-sociale del governo del Partito Democratico (e Nuovo Centrodestra). Nella tradizione della «sinistra», certo.

Ho letto con molto interesse questo suo ultimo intervento, mi chiedo ma in sicilia siamo vittime da questa politica; oppure non è un vittimismo ma un mancato attivismo, perché certe volte mi sembra che assistiamo hai fatti e, poi ne subiamo le conseguenze, ma non mi sembra che negli ultimi mesi ci siano state in Sicilia delle manifestazioni un tantino più dure rispetto a quello che è successo da Roma in su, eppure il popolo siciliano nella sua storia ha avuto un passato di rivolte, addirittura in alcuni casi le prime in europa, che cosa sta succedendo , dormiamo e poi speriamo di svegliarci e trovare tutto sistemato, quel’è il politico siciliano odierno che possa fare si che non rimaniamo intrappolati in questa rete, siamo solo un serbatoio per portare voti punto e basta , oppure abbiamo voce in capitolo, anziché rimanere capitolati da tutta questa politica, come possiamo ritornare a una sinistra storica o a una destra storica, come possiamo ritornare a una politica di sani valori, con uomini veramente degni di fare politica per il bene del paese, e non per pavoneggiarsi davanti alle telecamere con tante parole e pochi fatti.

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