«Son dunque gli stessi popoli che si fanno dominare, dato che, col solo smettere di servire, sarebbero liberi. […] È il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca» (Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, 1552 ca., trad. di F. Ciaramelli, Chiarelettere 2011, p. 10). Rimane l’enigma del perché gli umani siano così facilmente spinti a rinunciare alla libertà e a sottomettersi anche e soprattutto nei confronti di chi li danneggia.
Una questione politica e antropologica che appare singolarmente grave nella storia d’Italia, un Paese che da Mussolini a Renzi -passando per Andreotti, Craxi, Berlusconi- ha acclamato e sostenuto dei capi di governo spesso buffoni e/o criminali. È quanto si chiede anche Alberto Burgio in questa sua analisi finalmente esplicita, che chiarisce la natura socialmente criminale del governo italiano in carica e di chi lo guida.
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Pubblico impiego, ora sappiamo chi è Renzi
di Alberto Burgio, il manifesto 5.9.2014
Si dice che continui la luna di miele tra il governo e il paese. Renzi se ne vanta, con quella vanità gonfia di vuoto che Musil definiva biblica. Fosse vero, si riproporrebbe un classico problema. Sa questo popolo giudicare? O forse ama essere irriso, deriso, abbindolato? Era meglio persino Monti (ci si passi l’iperbole), il nostro cancellier Morte (parola del Financial Times, che ebbe modo di assimilarlo al rigorista che spianò la strada a Hitler). In pochi mesi Monti rase al suolo la parte più indifesa del paese, ma almeno non vestiva panni altrui. Renzi non fa praticamente altro che infinocchiare il prossimo, con quella sua faccia di bronzo da bambino viziato e prepotente.
Le balle più odiose riguardano ovviamente la riduzione delle tasse (gli 80 euro per i quali si ribloccano i salari del pubblico impiego). Nonché la difesa di ceti medi e lavoro dipendente. In realtà il governo colpisce duro entrambi.
Nei diritti (è vero, l’art. 18 è un simbolo: poi c’è la sostanza, come dimostra questa novità del manager scolastico che arbitrerà le carriere dei colleghi a propria discrezione). Nelle tutele (persino l’Ocse segnala che la «riforma» Poletti esagera con la precarietà). Nei già esangui redditi. Tornano i tagli lineari, vergognosi in sé, e tanto più perché valgono a sostenere l’indifferenza tra bisogni essenziali (la salute, la formazione, la vita stessa) e sprechi veri, a cominciare dalla scandalosa spesa militare. E torna – per la quinta volta – il blocco degli scatti nelle retribuzioni dei dipendenti pubblici. Non una porcheria: un vero e proprio furto.
Hanno lor signori idea di che significhi di questi tempi in Italia per milioni di famiglie, specie al Sud, perdere mille euro l’anno? Certo, per chi ne guadagna quindicimila al mese o più, è una bazzecola. Per molti invece è un dramma, come dimostra quel 5% di famiglie (l’anno scorso era appena l’1%) costrette a indebitarsi con banche e finanziarie per comprare libri e corredo scolastico. Anche di quella che continua a chiamarsi scuola dell’obbligo.
Il peggio è la motivazione fornita cinicamente dalla ministra Madia. «Non ci sono risorse». Il che può tradursi in un solo modo: «Per questo governo sono intangibili rendite e patrimoni, pur in larga misura accumulati con l’illegalità» (leggi: elusione ed evasione fiscale).
Ora finalmente chiediamoci: che razza di governo è mai questo? Chiediamocelo senza guardare alle etichette, badando alle cose che fa e progetta, dalla politica economica alle scelte internazionali, dalla controriforma del lavoro a quella della Costituzione.
Chiediamocelo noi. Ma se lo chiedano prima di tutti seriamente sindacati e politici. La Cgil minaccia mobilitazioni in difesa del pubblico impiego. Vedremo. Parte del Pd mugugna e medita di dar battaglia sull’art. 81 della Costituzione. Vedremo. Ma all’una e all’altra suggeriamo di guardarsi finalmente dall’errore che ci ha portati a questo stato.
Non c’è più tempo per traccheggiare. Ne va della loro residua credibilità, ma soprattutto della vita di milioni di persone.






Pasqualino marajà
di Tommaso Di Francesco
il manifesto, 10.11.2015
Dalla principale petromonarchia del Golfo, ai golfi italiani non più solo minacciati ma ormai compromessi, perché ieri il Ministero dello Sviluppo economico ha dato il via libera alle trivellazioni, contro gli interessi e le volontà delle popolazioni e degli enti locali. Stesso disprezzo per la democrazia. Ma è il tour operator del governo italiano.
Che ieri ha segnato la sua storica tappa import-export e innovazione con il viaggio di Renzi in Arabia saudita. Una puzza di petrolio e traffico di armi — quello criminale perfino per il papa. Una domanda. Ma la tanto vantata difesa dei diritti umani? Perché in Arabia saudita solo un mese fa è stata tagliata la mano a una donna di 55 anni, Kashturi Munirathinam che, immigrata dall’India, lavorava come domestica in una famiglia benestante saudita che la maltrattava in ogni modo, fino a negarle il cibo. Dopo mille sofferenze, ha tentato di fuggire: la «ribellione» è stata punita con il taglio della mano.
Sempre in Arabia saudita — dove dal 1985 al 2005 sono state eseguite 2.200 condanne a morte e da gennaio ad agosto 2015 ben 130 esecuzioni capitali — langue in carcere il blogger Raif Badawi condannato a dieci anni di carcere e a mille frustate — 50 già comminate davanti ad una folla plaudente — per avere fondato un forum online di dibattito. E cresce la protesta internazionale per il caso di Ali an-Nimr, il giovane di 21 anni condannato a morte per avere manifestato a favore di un imam sciita incarcerato.
Ma c’è la «ripresa» e bisogna battersi per il made in Italy. Se nel 2006 Gran Bretagna e Arabia Saudita hanno raggiunto un accordo da 19 miliardi di dollari per fornire alla flotta saudita 72 cacciabombardieri Eurofighter Typhoons, ecco che tra i costruttori dei caccia c’è anche l’italiana Finmeccanica.
Per Finmeccanica il valore della commessa è di circa 1,6 miliardi di euro: la quota della commessa che spetta al gruppo di piazza Monte Grappa è pari a circa il 20% del totale dell’ordine, che raggiunge gli 8 miliardi di euro.
Per la rivista di analisi IHS Jane’s, nel 2014 l’Arabia Saudita ha superato l’India divenendo il primo paese importatore di armamenti al mondo per 6,5 miliardi di dollari, con una crescita del 54% rispetto al 2013.
Nel 2014 il Ministero degli Esteri italiano ha autorizzato esportazioni militari verso Riyadh per 300 milioni di euro: in artiglieria, bombe, missili, razzi e velivoli, oltre ai residui di consegne per i caccia Eurofighter.
Intanto non passa giorno che i raid sauditi non massacrino civili in Yemen nel silenzio generale dei media occidentali. Senza dimenticare che proprio i Sauditi — ora passati alla «coalizione dei buoni» — sono stati i finanziatori delle milizie integraliste jihadiste, dall’Isis alla qaedista ad Al Nusra in guerra in Siria.
Un’Italia democratica e indipendente almeno protesterebbe.
E invece Matteo Renzi, novello «Pasqualino marajà» della canzone di Modugno, arriva allegro dal petromonarca a Riyadh a trafficare in petrolio e in armi.
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Bastardo. Lui e il suo partito.
Sul manifesto di oggi (5.11.2015) si può leggere un lucido articolo di Michele Prospero, dal titolo Renzi, una forza del passato, nel quale si dice -tra l’altro- questo:
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Con pensioni di sopravvivenza, il sud abbandonato al declino irreversibile, il pubblico impiego perseguitato con accanimento terapeutico, il ricatto del licenziamento che presto peserà sui nuovi assunti a tutele crescenti, l’universo potenziale di chi ritiene di non avere proprio nulla da perdere da un atto di ribellione parrebbe sterminato. E a nulla valgono gli sconvolgimenti sul piano degli averi che Panebianco agita allo scopo di incutere tremore. La difesa dell’ordine costituito sulla base dell’interesse economico minacciato rischia di fare cilecca. Servirebbe un supplemento di politica.
Ed è soprattutto per ragioni politiche e culturali che l’assioma del successo renziano come dato acquisito non regge. Lo stile di governo che intende divertirsi con le regioni e strapazzare il lavoro, l’esibizione di arroganza nelle riforme costituzionali, il ricorso a commissari e prefetti per gestire i territori sospendendo ovunque la democrazia, il contrasto sempre più palese tra il mito anticasta delle origini e l’attaccamento a tutti i privilegi del potere conquistato con astuzia, creano una sempre più rigida opposizione tra il palazzo e la società.
Il bambino che si chiama Renzi pesta i piedi perché teme che gli stiano togliendo il giocattolo. L’Italia affidata a un adolescente, a un irresponsabile.
Partito Democratico Fascista (Wikipedia)
L’Italia è sempre tentata dal potere di uno solo, che si chiami Renzi o Berlusconi. Nostalgia del mussolinismo.
La fiducia sul #Nostalgicum
La fiducia sulla legge elettorale prima d’ora era stata posta da Mussolini con la Legge Acerbo nel 1923 e con la “legge truffa” (un nome un programma) del 1953.
Oggi viene messa sul cosiddetto Italicum. Non chiamatelo più così, di italico ha solo il ricordo di un ventennio. Chiamatelo #Nostalgicum. Che fretta c’è di fare la legge elettorale? Non c’è nessun’altra emergenza? Disoccupazione? Aziende che chiudono? 10 milioni di italiani che fanno la fame? 1 milione di rifugiati in arrivo dall’Africa? E’ più importante dare tutto il potere a una persona sola ed esautorare definitivamente il Parlamento.
Nonostante questo scempio non si avvertono segnali da Mattarella. Dopo i moniti di Napolitano si è passati all’estrema unzione silenziosa del Quirinale. La storia si ripete, dopo la tragedia è il momento della farsa. Eia, eia, alalà.
Étienne de La Boétie viene ampiamente citato da Travaglio in una sua analisi relativa alla legge elettorale, nella quale scrive -tra l’altro- che “le minacce di Renzi e dei suoi giannizzeri sono sparate con pistole a salve. Anzi, i peggiori rischi la minoranza interna li corre proprio se l’Italicum passa: a quel punto Renzi avrà buon gioco ad andare alle elezioni anticipate, prima di perdere altri consensi, e certamente spazzerà via i suoi oppositori escludendoli dall’elenco dei capilista bloccati con elezione assicurata. Se invece l’Italicum non passa, a Renzi non conviene più azzardare le urne (sempreché Mattarella gliele conceda) per un semplicissimo motivo: si voterebbe con il Consultellum, cioè col proporzionalepuro.E,se son veri i sondaggi, lui prenderebbe il 35%, e il 15 mancante per governare dovrebbe andare a mendicarlo da B. per una riedizione delle larghe intese che gli sarebbe (a Renzi, non a B.) letale. Quindi chi non vuole consegnare l’Italia a un uomo solo per chissà quanti anni, oggi sa quel che deve fare: bocciare l’Italicum e presentare subito un ddl che ripristini il Mattarellum.”
Ma che paura avete?
Renzi osa scrivere di «dignità del nostro partito». Furbo e ipocrita appello all’ingenuità degli iscritti da parte di chi ha cancellato storia e ‘dignità’ del Partito Democratico. Vomitevole.
A questo il Partito Democratico e le aziende sue amiche hanno ridotto la lotta e il morire di tanti partigiani, a 5 € per un bicchiere di vino chiamato Resistenza. Non hanno rispetto per niente e per nessuno, proprio come i fascisti.
Siamo ai limiti del colpo di Stato. Intervenga Mattarella.
di Aldo Giannuli
La vicenda della legge elettorale sta andando oltre ogni limite costituzionale. Un Parlamento eletto grazie ad un sistema elettorale incostituzionale e nel quale quasi un quinto degli eletti ha cambiato bandiera, sta per varare una legge elettorale che ha gli stessi difetti di incostituzionalità. Per di più questa è opera di un solo partito che, grazie al premio di maggioranza ed ai cambi di casacca, ha trasformato il suo 25% in una probabile maggioranza di seggi, che non si capisce chi rappresentino, anche perché una parte importante dei deputati di quello stesso partito è contraria e gli elettori avevano votato per quelli che oggi sono in minoranza.
Già questo è un quadro di totale anomalia, che segnala la degenerazione autoritaria delle nostre istituzioni.
Per di più, lo spirito della Costituzione (art. 72) vorrebbe che le leggi elettorali fossero terreno di prevalente –se non esclusiva- competenza parlamentare e non governativa, ed il costume costante, nella storia repubblicana, è stato sempre di lasciare la massima autonomia ai gruppi parlamentari sul tema. E si suppone che, in una materia tanto delicata, sia auspicabile lasciare ai parlamentari massima libertà di voto.
Ora siamo al punto che, non solo il disegno di legge è stato avanzato in prima persona dal governo, ma il Presidente del Consiglio, nella sua doppia veste di segretario del partito di maggioranza, ha imposto forzosamente un iter legislativo senza precedenti, giungendo a rimuovere e sostituire ben 10 rappresentanti del suo partito in Commissione Affari Costituzionali. E, per di più si minaccia il ricorso al voto di fiducia per costringere i dissidenti ad uniformarsi e si chiede di impedire il voto finale segreto.
Sul voto di fiducia, che rimarca una volta di più l’invasione di campo del governo ai danni del Parlamento, conviene spendere qualche parola di più. Si invoca il precedente del 1953, quando De Gasperi pose la fiducia per accelerare l’approvazione della “Legge-truffa”. Si dimentica, però, che il presupposto di quella richiesta, esplicitamente richiamato nel discorso di De Gasperi, era la necessità ed urgenza, perché le elezioni si sarebbero svolte in giugno e, a gennaio, c’era un serrato ostruzionismo delle opposizioni e non si era ancora concluso l’iter nel primo ramo del Parlamento. Ma, nel nostro caso, le elezioni dovrebbero aver luogo fra tre anni: quale è l’urgenza?
Quanto al voto segreto, l’articolo 49 della Camera prevede esplicitamente la possibilità di ricorrere al voto segreto qualora ne faccia richiesta il numero prescritto di deputati. Per cui, non si vede come possa essere evitato, anche in presenza di Presidenti delle Assemblee di cui ci è noto lo spirito di parte.
L’insieme di queste considerazioni rende assolutamente chiara la scorrettezza procedurale con cui si sta giungendo a riformulare una delle leggi fondamentali dell’ordinamento. Che un singolo partito (al massimo, ma non è sicuro, accompagnato da qualche residuo di partiti ormai quasi disciolti) pretenda di imporre una legge elettorale contro la volontà tutti gli altri (compreso il partito alleato nelle precedenti elezioni politiche) è di per sé una violazione dello spirito della Costituzione, per il quale la legge elettorale deve essere legge di condivisione, come sempre quando si tratta di fissare le regole del gioco. Ci sono due precedenti di maggioranze di governo che hanno imposto la loro volontà in materia elettorale: la legge truffa del 1953 e la legge Acerbo del 1924. Nel primo caso, va detto che la maggioranza era composta da quattro partiti e la legge prevedeva che la coalizione vincente avesse il 50% più un voto per ottenere il premio. E, comunque, l’elettorato non gradì, il premio non scattò e si tornò ad una legge elettorale condivisa. Quanto alla legge Acerbo… non abbiamo bisogno di fare commenti sulla sua natura e supponiamo (speriamo..) che nessuno voglia richiamarsi a quel precedente.
La situazione, pertanto, è di gravità senza precedenti e si impone un intervento del Presidente della Repubblica, nella sua veste di garante della Costituzione.
Forse sarebbe opportuno che le opposizioni sollecitassero con una lettera comune questo intervento.
Se esso dovesse mancare, se nonostante tutto, l’Italicum dovesse essere approvato grazie a queste bravate e non trovare alcun argine istituzionale, alle opposizioni non resterebbe che meditare sull’opportunità di un Aventino generalizzato, abbandonando tanto i lavori di commissione quanto quelli di aula, sino a quando il Capo dello Stato, constatata la situazione, non sciolga le Camere, indicendo nuove elezioni, ma previa pronuncia della Corte Costituzionale sulla ammissibilità di questa legge.
Di fascismo ne abbiamo avuto già uno e ci basta.”
Resistenza e 25 aprile significano oggi nessuna complicità con l’ideologia autoritaria del Partito Democratico – Nuovo Centrodestra – Forza Italia. Senza tale intransigenza si rischia la semplice e sterile consolazione.
Sul manifesto del 23.4.2015 Andrea Fabozzi spiega con chiarezza struttura e funzione antidemocratica del Partito Democratico:
L’autarchico Italicum
Leggendo la meravigliosa stroncatura che Emiliano Morreale dedica al patetico veltroniano si capisce meglio perché la vicenda sia finita così. Un partito che ha avuto come segretario anche questo tizio non poteva che produrre l’attuale feccia.
Veltroni, il midcult, i bambini.
“Ettore Rosato […] un cinquantenne ragioniere, bancario, assicuratore, consigliere dc, consigliere Margherita, parlamentetare” ha buttato fuori un ex segretario del PD e due ex presidenti del partito. (Norma Rangeri, il manifesto, 22.4.2015)
Giusto contrappasso. Bravo Renzi! Senza pietà contro questi fessi, complici della rovina loro e del loro partito.
Fuori Bersani, fuori Civati, fuori Cuperlo, fuori Bindi.
Non più festa dell’Unità ma festa dell’Uno: Renzi.
“Se il tesoretto è solo un’arma di distrazione di massa”
Lo dice il Movimento 5 Stelle? No, Il Sole 24 Ore.
Renzi è uno che appena apre bocca dice una bugia. Peggio del suo maestro Berlusconi.
L’Europa condanna l’Italia per le violenze della polizia al G8 di Genova nel 2001. Ed esorta a introdurre il reato di tortura.
Ma in questo caso il governo del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra non afferma che «ce lo chiede l’Europa».
Sia chiaro: io amo esser contraddetto, mi esorta al ragionamento.
D’accordo, io sono complice, caro Alberto, ma la mia analisi dei fatti è quella lì. Le analisi del Manifesto sono eleganti ma sembrano scritte in pieni anni ’70; molto più acuto Grillo che, ogni tanto, con istintivo fiuto genovese, nell’analisi del corpo sociale coglie nel segno.
Grazie di cuore per la sincerità e lo spazio concessomi.
E quindi si insiste, si mostra apprezzamento, si obbedisce, si sostengono con convinzione le strutture -come l’attuale Partito Democratico- che contribuiscono in modo determinante a impoverire chi è in difficoltà e a difendere i privilegiati?
No, caro Diego, la tua analisi mi sembra venata di una assurdità beckettiana.
Se così fosse, bisognerebbe correggere: “quelli del manifesto sono illusi, credono ancor all’esistenza di persone con il cervello in testa; errore: non esistono più, la partita è persa”.
‘La partita è persa’ è un’affermazione che fa estremamente comodo a chi cerca di opprimere. Non soltanto in questo caso ma sempre. Non indulgere agli alibi, amico mio.
Pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. In caso contrario, si è complici.
La stessa cosa, immagino, pensavano tanti in Germania nel 1933.
Per me invece la partita è sempre aperta. Questo, alla fine, è la libertà. E comincia, intanto, a uscire dal Partito Democratico. Dopo che lo avrai fatto, le tue parole avranno un altro peso. Non prima.
Caro Alberto, scriverò senza peli sulla tastiera, se vuoi emendare fallo senza pensare che io me la prenda, ma ti prego, leggi la mia analisi, che è vera e davvero sofferta
a me pare superficiale l’analisi di Burgio; io conosco il PD perchè ne faccio parte, seppur appartenendo alla frangia più «di sinistra» ed essendo conosciuto per essere personalmente uno poco malleabile
allora: non è vero che l’elettorato, o almeno buona parte dell’elettorato che aderisce al pd non s’avvede dello spostamento a destra; la verità è che lo spostamento a destra è nel corpo sociale stesso, cioè si vota PD non perchè non ci si accorge che Renzi è di destra, ma proprio per quello
il corpo sociale si è spostato a destra perchè identifica la sinistra con qualcosa di sbagliato, con qualcosa da superare; è un inganno, ma è un inganno riuscito: le persone credono che la sinistra sia una cosa salottiera che difende i garantiti, che difende chi la pensione l’ha presa, che difende il posto sicuro dei padri e non s’avvede del futuro disperato dei figli
guardiamo alla fiat: la cgil fra i nuovi operai non esiste
è un inganno, ma è riuscito: la colpa della povertà di molti non è attribuita, come dovrebbe essere, alla finanza, alla redistribuzione sempre più pessima, allo smantellamento di un modello sociale che bene o male funzionava, ma è attribuita ai «privilegi» dei dipendenti statali (guardate la campagna denigratoria, il linciaggio verso gli insegnanti)
la destra ha vinto, ha vinto la battaglia dell’egemonia culturale, quelli del manifesto sono illusi, credono ancor all’esistenza di un popolo di sinistra; errore: non esiste più, la partita è persa, Renzi non è la causa ma la conseguenza
Renzismo, una destra en travesti
di Alberto Burgio, il manifesto, 5.4.2015
La discussione su quanto sta accadendo nel Pd ha raggiunto da ultimo vette di ineguagliabile futilità. Ora si discute, in quel partito e intorno a quel partito, sulla misura del legittimo dissenso. Niente di meno. Tutto pur di evitare di guardare in faccia la realtà e le proprie smisurate responsabilità. Cerchiamo di fare almeno noi uno sforzo di serietà e di ragionare politicamente su questa partita che tutto è meno che una discussione interna a un gruppo dirigente. Perché c’è di mezzo, lo si voglia o meno, una buona fetta del destino di noi tutti e di questo paese.
Un buon modo per cominciare è chiedersi che cosa sia il renzismo. Che si può ormai definire, in modo sintetico e preciso, un fenomeno di destra mascherato da vaghe sembianze di centro-sinistra. È inutile attardarsi in esempi, anche se è bene non dimenticare che una delle ragioni del disastro italiano (e non la minore delle responsabilità di chi ha diretto la mutazione genetica del Pci prima, del Pds e dei Ds poi) risiede nel fatto che gran parte dell’elettorato progressista non è in grado di comprendere. Per cui rimane sotto ipnosi e vota per il Pd indipendentemente da ciò che esso è diventato e fa, nell’astratta convinzione di compiere una scelta «di sinistra».
Ma da quando il renzismo è un fenomeno di destra travestito? Meglio: da quando lo è in modo evidente, almeno agli occhi di chi è in grado di decifrare la politica? Ammettiamo che la preistoria fiorentina del presidente del Consiglio non fosse univoca sotto questo punto di vista.
Concediamo che le parole d’ordine della rottamazione e il braccio di ferro per le primarie aperte potessero ingannare gli ingenui (o gli sprovveduti). Fingiamo quindi che si dovesse stare per qualche tempo a vedere che cosa combinava il nuovo governo dopo l’occupazione manu militari di palazzo Chigi. Resta che la maschera Renzi se l’è tolta clamorosamente già l’estate scorsa, nel primo scontro durissimo su una «riforma» costituzionale dichiaratamente volta ad accentrare nelle mani del governo il potere legislativo e a trasformare il parlamento della Repubblica in una riedizione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
È trascorso poco meno di un anno e moltissima acqua è passata sotto i ponti.
Acqua inquinata e inquinante che ha investito, travolgendoli, diritti e condizioni materiali di vita e di lavoro (o di non lavoro) di milioni di persone. Acqua limacciosa e putrida che si chiama jobs act e italicum; tagli lineari al welfare e ancora soldi pubblici alle scuole private; acquisto di decine di cacciabombardieri e aumento della pressione fiscale sul lavoro dipendente ed eterodiretto; la bufala populista degli 80 euro e l’urto frontale con i sindacati; la cancellazione del Senato elettivo e decine di voti di fiducia e di decreti-legge; deleghe legislative in bianco e continue violazioni dei regolamenti parlamentari; patto del Nazareno e indecorose tresche con Marchionne e Confindustria. E ancora migliaia di tweet di autoincensamento compulsivo, da fare invidia al dittatore dello Stato libero di Bananas.
Bene: che cosa ha fatto la fronda interna del Pd in questo non breve arco di tempo?
Quali risultati ha portato a casa nel suo infinito psicodramma (esco non esco, scindo non scindo, voto non voto, mi dimetto no resto, mugugno ma mi allineo)? Di questo bisognerebbe parlare finalmente, senza tante chiacchiere sui massimi sistemi. E forse si evita con cura di farlo perché il bilancio è semplicemente disastroso. Non solo perché Renzi ha potuto sin qui fare e disfare a proprio piacimento, nonostante non avesse (e a rigore non abbia ancora) i numeri, almeno in Senato.
Non solo perché si è fatto in modo che la confusione aumentasse a dismisura nel paese, e con essa il disgusto per la politica politicante.
Non solo perché si è alimentata la vergogna del trasformismo parlamentare, regalando ogni mese nuove truppe mercenarie al padrone trionfante, secondo le migliori tradizioni del paese.
Ma anche, soprattutto, perché, con uno stillicidio di penultimatum e di voltafaccia e di finte trattative e ancor più finte concessioni strappate al dominus, si è impedito al popolo della sinistra di orientarsi in una battaglia per la difesa della Costituzione e per un minimo di giustizia sociale che è ormai la più drammatica emergenza all’ordine del giorno.
Ora, si dice, qualcosa sta cambiando. Persino il teorico della ditta – sino a ieri l’alleato più zelante del premier – non si fida più (ma lo dice già da un mese) e fa la faccia truce. O l’italicum cambia o saranno sfracelli. Peccato che le cose davvero inaccettabili – il divieto di apparentamento e il premio stratosferico al partito di maggioranza relativa – nessuno le metta sul serio di discussione. Che si continui a invocare «un segno di attenzione» per poter continuare la manfrina. E che si fugga come la peste, invece, qualsiasi iniziativa unitaria volta a mandare a casa un governo che è un serio pericolo per la democrazia.
Perché di questo si tratta e chi si ostina a negarlo non rappresenta un problema né per Renzi né per la sua impresa. I sedicenti oppositori continuano a fraintendere la questione pensando che lo scontro riguardi il loro partito, se non la loro fazione. No. La verità è che siamo al gran finale di una storia più che ventennale di liquidazione della sinistra italiana.
Il generoso tentativo della Fiom di unire le forze sociali colpite dalla crisi e dalle politiche padronali del governo ne è a ben vedere la conferma più netta perché dimostra in modo flagrante che nulla di buono si muove nei paraggi della politica e che il sindacato – la sua componente più avanzata – è al momento l’unica risorsa disponibile per una rinascita.
Ma questa situazione deve cambiare perché non ci sarà coalizione sociale che tenga finché il mondo del lavoro resterà senza una rappresentanza politica. E già si è perso troppo tempo. Questa è la verità obiettiva sottesa allo (e nascosta dallo) psicodramma del Pd. Prima si avrà l’onestà di riconoscerlo e meglio sarà.
Televideo, 28/03/2015 12:16
Fico:”Renzi occupa Rai definitivamente”
Quella del presidente del Consiglio, Renzi “è una proposta che occupa definitivamente la Rai. Tutto quello che fino ad ora ha detto sul volerla liberare dai partiti e dall’influenza dei politici,con questo ddl si infrange definitivamente”. Così il presidente della Commissione Vigilanza sulla Rai, Fico. “Due membri del Cda sono di nomina governativa,tra cui l’Ad che ha pieni poteri. Altri 2 vengono eletti dalla Camera con un sistema di voto a una preferenza. Lo stesso avverrà al Senato con altri 2. La Rai sarà occupata da Renzi”.
La Buona Scuola di Renzi vuole produrre consumatori in erba e lavoratori schiavizzati. La bozza del Disegno di Legge prevede nelle scuole dei nostri figli le sponsorizzazioni ed erogazioni liberali dei privati perchè lo stato nuon vuole più investire nel futuro del Paese.
Pensate alla scuola di vostro figlio invasa dalle pubblicità di McDonald’s o all’azienda di inceneritori che vorrà dare un proprio contributo alla scuola in cambio di percorsi ambientali che valorizzi il modello discarica ed inceneritori. Una scuola al servizio del mercato, delle multinazionale. Una scuola di serie A che riceve fondi e una scuola di serie B che non riceverà fondi privati. Le aree povere del paese avranno scuole maggiormente degradate. Questo è il futuro che immagina Renzi per il nostro Paese. Il M5S vuole una scuola che sia prima di tutto comunità e che formi cittadini critici
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Luigi Gallo, M5S Commissione VII – Cultura Scienza e Istruzione
Su indagati e corruzione Renzi parla come Berlusconi.
Il Partito Democratico è la vera Forza Italia, è la Destra peggiore: quella degli affari e dei padrini, dalla Sicilia al TAV.
Le leggi di spesa del NCD scritte da un delinquente. È questo il livello del governo del Partito Democratico – Nuovo Centrodestra. Un partito e un governo di banditi.
Una prova dell’evidente natura corrotta, ciellina e di destra del governo Partito Democratico-Nuovo Centrodestra.
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Lupi, si apre la caccia
di Andrea Colombo, il manifesto 17.3.2015
L’ordine di scuderia è chiaro: la bomba Maurizio Lupi va disinnescata prima che esploda. In concreto prima che arrivino in aula le mozioni di sfiducia presentate alla Camera da Movimento 5 Stelle e Sel (non dalla Lega, con motivazione bizzarra: sono già troppo occupati nel cercare di cacciare Angelino Alfano) e prima che a qualcuno venga in mente di tendere la stessa trappola al Senato, dove il traballante ministro riferirà sullo scandalo della Tav di Firenze nei prossimi giorni. C’è un solo modo per disinnescare la mina: convincere il riottoso a presentare le proprie dimissioni. Peccato che lui, al momento, non ne voglia sentir parlare.
Renzi ci ha provato per tutto il giorno. Ha parlato con Alfano, più volte con lo stesso Lupi, è possibile che i due, con la dovuta discrezione, si siano anche visti di persona. Ma la moral suasion del premier non ha persuaso il ministro delle infrastrutture a togliere il disturbo: «Non sono indagato. Perché dovrei dimettermi?». Decisione rafforzata in Lupi dalla convinzione, forse giusta e forse no, che il suo sacrificio si renda necessario anche perché il caso della Tav fiorentina, per motivi sin troppo ovvi, è per Matteo Renzi particolarmente sensibile e preoccupante. Non che Lupi abbia torto, ma l’opportunità politica dice tutt’altra cosa. Specialmente nel caso di un ministro il cui dicastero è costellato da scandali sempre più enormi, con qualche regalo di troppo inviato in famiglia. Ancor più specialmente in un governo presieduto da chi a suo tempo, quando sulla graticola c’era la ministra Cancellieri, si era schierato a voce altissima per le dimissioni.
Renzi ci prova. Forse qualche minimo spiraglio lo schiude, ma a sera la determinazione del resistente è ancora salda. Non si dimetterà, fanno sapere fonti del ministero delle Infrastrutture rispondendo indirettamente al sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio secondo cui, spontaneamente e per pura generosità, Lupi starebbe valutando l’addio. «Non c’è nessun obbligo da parte del ministro», esordisce. Ci sono però «le valutazioni politiche» in merito alle quali «a oggi nessuno di noi può assumere, senza contezza delle carte, decisioni». Potrebbe farlo Maurizio Lupi, questo sì, perché «il singolo lo può fare a prescindere. Credo che una valutazione da parte sua sia in corso».
A smentire tanto ottimismo ci pensano le già citate fonti anonime e informali del ministero. In realtà, però, le parole di Delrio vanno lette con attenzione. Svelano, sia pure in forma ellittica, quale sia la tentazione che si sta affacciando a palazzo Chigi: al momento Renzi intende fare il possibile e anche di più per spingere Lupi a un gesto spontaneo. Ma se dovesse fallire non esclude una uscita pubblica che renderebbe la posizione del ministro quasi insostenibile: un pronunciamento a favore delle dimissioni, sia pur solo per motivi di opportunità politica.
E’ il massimo che il capo del governo possa fare. Il presidente del consiglio non ha il potere di far dimettere un ministro, tanto che almeno in un caso, quello di Filippo Mancuso, ministro della Giustizia nel governo Dini, nessuna pressione, inclusa quella estrema dell’invito ufficiale da parte del premier, fu sufficiente: si dovette ricorrere alla mozione di sfiducia individuale. Proprio quel che Renzi vuole evitare, perché quella mozione verrebbe probabilmente votata da una parte del Pd e bocciata invece da Forza Italia. Il danno d’immagine per il governo è già letale. Un sostegno simile al ministro di riferimento di Comunione e Liberazione lo renderebbe esiziale. Per questo la situazione deve essere sbloccata, in un modo o nell’altro, prima che a decidere sia l’aula. Certo, tutto sarebbe molto più facile se Renzi potesse contare sul pieno appoggio di Angelino Alfano, ma il ministro degli Interni e leader di Ncd, almeno per ora, non se la sente di entrare in conflitto con l’uomo che garantisce una delle poche sacche di voti a disposizione del suo partito, quella appunto di Cl.
Nonostante i piedi puntati, però, che Lupi riesca davvero a mantenere il suo potente ministero pare molto improbabile. Il problema però non è rappresentato solo da lui, e neppure dal gruppo che si era annidato nel ministero da cui dipendono tutti i lavori pubblici. «Lupi deve dimettersi — afferma la presidente dei senatori di Sel Loredana De Petris — ma il problema della corruzione non si risolverà senza cancellare la Legge Obiettivo del 2001 che è il vero elemento criminogeno. Del resto, Incalza al ministero chi ce l’ha portato se non il padre di quella legge, l’allora ministro Lunardi?».
il Manifesto sulla profonda e pericolosa incompetenza di Renzi e del suo governo: Chi decide per il decisionista, di Michele Prospero (18.3.2015)
Favori, soldi e Rolex per i ministri. Quello del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra è proprio un governo di cialtroni.
Il renzismo a Palermo. Un partito -quello Democratico- ormai compiutamente mafioso: Vieni avanti, Leopolda!
Fonte: Roberto Puglisi, Live Sicilia, 1.3.2015
Questa è l’Italia del governo del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra, l’Italia dei cafoni di sempre, peggiorata.
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La retorica della Buona Scuola
Qualche giorno fa è uscita sul Corriere, ed è stata un po’ ripresa dappertutto, una lettera al presidente del Consiglio Renzi di un padre di una ragazzina della JuniOrchestra di Roma. Raccontava che dopo un concerto alla presentazione del programma della Buona Scuola,
«mia figlia è tornata a casa in lacrime umiliata e mortificata dalla totale assenza di attenzione da parte del pubblico durante la loro esecuzione successiva al suo intervento. Mentre i ragazzi erano impegnati nella difficile esecuzione di musiche di Beethoven e di Tchaikovsky il pubblico in sala era principalmente impegnato a prodigare saluti, non solo parlando a voce alta, ma camminando e urtando i ragazzi, rendendo di fatto impossibile l’esecuzione stessa».
Il video in effetti è abbastanza eloquente. Dei ragazzini che suonano non gliene frega niente a nessuno.
Siccome la lettera un po’ di sdegno – anche quello da automatismo da web – l’ha generato, non Renzi ma Simona Flavia Malpezzi, deputata Pd che si occupa di scuola, si è sentita in dovere (mi sembra sia stata l’unica politica) di rispondere con una lettera lunga e articolata:
«Per questo mi scuso a nome mio e anche dei miei colleghi; per aver dimostrato poca sensibilità rispetto a un lavoro meraviglioso che la tua e altri figli svolgono ogni giorno con impegno e passione. Purtroppo, dopo aver seguito con grande partecipazione i primi quattro brani eseguiti meravigliosamente molti non hanno capito che, al termine dell’iniziativa, ve ne sarebbe stato un altro, l’ultimo. Ma questa non vuole essere una giustificazione, come potrai vedere se avrai la pazienza di continuare a leggere».
In realtà nel resto della lettera, Malpezzi si prodiga in un lungo (auto)elogio a tutto quello che il suo governo pensa di fare per l’educazione musicale. Dice che è stato imperdonabile il comportamento di domenica scorsa, dice di non autogiustificarsi, ma poi di fatto si perdona, ma poi di fatto si giustifica, e anzi rilancia:
«Stiamo cercando di costruire un nuovo modello di scuola nel tentativo di estendere al più alto numero possibile di ragazzi l’opportunità di beneficiare di nuovi processi di acculturazione che valorizzino le loro doti e offrano loro un ventaglio di prospettive nuove, rendendo la nostra società un luogo migliore che sappia finalmente sprigionare tutte le sue energie positive».
Non è avvincente raccogliere le pietre da scagliare appena troviamo qualcuno che fa una gaffe, e forse è anche vero che il concerto andava organizzato meglio, che molti non avevano capito che era finito… Ma non è questo il punto. E anzi, l’episodio non sarebbe interessante se non mettesse in luce un paio di costanti del rapporto tra adulti e ragazzi oggi.
Capita a molti adulti, anche a quelli che hanno una funzione di educatori (genitori, insegnanti) ogni tanto di non svolgere bene il proprio il ruolo. Mi metto nel mucchio: capita (anche a me) di avere comportamenti che stigmatizziamo nei ragazzi. Arrivare in ritardo, stare al cellulare a un concerto di musica classica o al cinema, parlare a voce alta dove non si dovrebbe, distrarsi nelle occasioni dove servirebbe attenzione, non rispettare regole importanti, essere maleducati.
Quando ci comportiamo così, i ragazzi non transigono: perdiamo credibilità, autorevolezza, etc… È inutile oltre che ipocrita giustificarsi o glissare. Abbiamo sbagliato; e chiunque lo sa, che si educa poco con le parole e molto con l’esempio.
Per questo capisco la buona fede di Simona Malpezzi, ma la pezza che prova a imbastire la trovo peggiore del buco.
Quando ci comportiamo male e un ragazzino lo nota, noi dobbiamo un po’ vergognarci, chiedergli scusa e stop. Non aggiungere un ma. Non aggiungere un ma invece io farò per te delle cose inimmaginabili che ti educheranno perché l’educazione è importante. Non scandire certo quanto è importante l’ascolto mentre noi non abbiamo fino a quel momento ascoltato nessuno.
Non si tratta nemmeno di una questione di onestà intellettuale. È ancora una volta educare all’esempio. Si sbaglia, si accettano le correzioni, si chiede scusa, ci si prova a migliorare, senza proclami. Se siamo sinceri, il ragazzino in questione se ne accorgerà, e riotterremo fiducia e autorevolezza, persino affetto. Se saper chiedere scusa è una cosa rara nella società dell’autoindulgenza, saper insegnare – con l’esempio – a chiedere scusa sarebbe veramente un superpotere.
C’è però un’ulteriore impressione che non si può non ricavare a pelle vedendo il video, in cui adulti cafoni non soltanto non ascoltano la musica ma si accorgono nemmeno della presenza fisica dei ragazzini. Al minuto 4 e dieci si scorge Matteo Renzi che si fa un paio di selfie nella calca indifferente al contesto. I piccoli musicisti non vengono trattati nemmeno come una radio (come ammette Malpezzi), ma come una radio di propaganda.
Se la figlia del papà del Corriere era in lacrime e umiliata dopo l’esibizione, altri ragazzini si possono essere molto incazzati, e proprio perché il renzismo si è nutrito e continua a nutrirsi molto di una retorica della rottamazione e del rinnovamento, etc… Ora, se questo spirito iconoclasta molto spesso sembra risolversi semplicemente in giovanilismo protervo, in assenza di cultura istituzionale, insomma in una posa, non è la condiscendenza dei matusa che lo troverà fasullo, ma quella delle nuove generazioni, che – come sempre avviene – non fanno sconti.
L’avvocato Dario Sammartino mi segnala un acuto commento alla recente sentenza (‘stranamente’ non ripresa dalla stampa) che ha assolto Matteo Renzi dall’accusa di aver dilapidato pubblici danari quando, come sindaco di Firenze, assunse persone a funzioni che necessitavano di laurea mentre coloro laurea non avevano.
Il testo si intitola Un Presidente del Consiglio “non addetto ai lavori”, l’autore è Giovanni Virga, la rivista LexItalia.it. Rivista internet di diritto pubblico.
La conclusione è la seguente:
“Insomma, sembra di capire dalla sentenza che il povero Renzi, in perfetta buona fede, sarebbe stato “raggirato” dal suo entourage amministrativo. Già questa sembra una notizia: per quanto è dato di sapere, questa sarebbe la prima “presa in giro” che Renzi avrebbe subito nella sua vita, lui che viene spesso accusato (chiedere notizie al riguardo ad Enrico Letta, a Berlusconi nonchè, in ultimo, a Verdini, che non sembra affatto un sempliciotto) di rifilare “sole” agli altri.
Si apprende inoltre, tramite la sentenza, che l’attuale Presidente del Consiglio, pur essendo, come risulta da Wikipedia, in possesso di una laurea in giurisprudenza, è un “non addetto ai lavori” che si fida ciecamente degli apparati burocratici (che quindi sono stati giustamente condannati in primo grado) e che non è in grado nemmeno di rilevare che al personale privo di laurea da lui assunto in via fiduciaria non può essere corrisposto il trattamento economico previsto per i laureati.
Sulla base di queste motivazioni, il Collegio ha ritenuto dunque di poter escludere la sussistenza della responsabilità amministrativa in capo al Pres. Matteo Renzi per insussistenza dell’elemento psicologico, ritenendo assorbita in tale valutazione ogni altra eccezione e contestazione contenuta nell’atto di appello. Pertanto, il Collegio stesso, in riforma delle pronunce impugnate, ha dichiarato assolto Matteo Renzi dagli addebiti contestatigli.
Alla luce delle motivazioni della sentenza si comprende meglio la portata del principio di separazione tra politica ed amministrazione. Questo principio serve anche a mandare assolti nei giudizi di responsabilità i politici di vertice i quali, essendo “non addetti ai lavori” (e cioè non facendo parte dell’apparato burocratico che tende talvolta tranelli ed imboscate agli ingenui politici), non possono essere ritenuti responsabili degli atti da loro adottati. E ciò anche se in calce ad essi è stata apposta la loro firma, alla quale a questo punto andrebbe aggiunto, al posto del tradizionale acronimo “n.q.” (nella qualità), il nuovo acronimo “n.a.a.l.” (non addetto ai lavori); così, a scanso di equivoci e per tenere alla larga quella gran rompiscatole della Procura della Corte dei conti”.
Il titolo dell’editoriale odierno del manifesto mi sembra davvero descrittivo di ciò che sta avvenendo.
Che tutto questo sia stato pensato, voluto e realizzato anche dagli eredi del Partito Comunista Italiano condanna la sua storia al tradimento. E nella storia non c’è di peggio.
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Un premier che marcia spedito verso l’800
di Michele Prospero, il manifesto 21.2.2015
È evidente che, con i decreti attuativi della famigerata carta di espropriazione dei diritti denominato Jobs Act, la Costituzione non è più la stessa. La prima parte, quella dei valori fondamentali, anche se non ancora toccata in modo esplicito, è indebolita dalla legislazione più recente, vera pistola puntata contro il residuale diritto del lavoro. Frutto della seconda costituzionalizzazione, lo Statuto del 1970 era il compendio di una congiuntura storica irripetibile che presentava condizioni politiche più favorevoli al mondo del lavoro. L’articolo 18 era in fondo il simbolo della relativa potenza accumulata dal lavoro, rispetto al dominio assoluto del capitale, e la dimostrazione dei frutti positivi scaturiti dalla congiunzione di conflitto sociale e grande manovra politica.
Ad essere colpito dalla furia restauratrice del governo Renzi è anzitutto il potere del lavoro e di conseguenza i diritti dei singoli dipendenti si spengono come degli astratti postulati morali. Il segno di classe della riforma strutturale varata dal governo l’ha colto bene l’Ocse che, in uno sperticato elogio delle misure renziane, le ha santificate come l’eden resuscitato della bella volontà di potenza dell’impresa. Nel documento l’Ocse spiega le ragioni del suo innamoramento totale: «accrescendo la prevedibilità la norma riduce i costi reali dei licenziamenti, anche quando sono giudicati illegittimi dai tribunali e incoraggia le imprese». Sono felici soltanto perché il governo ha reso meno costosa la facoltà licenziare.
Quest’assalto normativo alla civiltà del lavoro, con la riduzione del costo del licenziamento, secondo l’Ocse, è una divina benedizione che accrescerà la produttività perché, eliminando del tutto la possibilità del reintegro per l’esclusione dall’impiego per motivi illegittimi, e riducendo anche l’importo dell’indennizzo dovuto a chi viene gettato sul lastrico, il Jobs Act sollecita il risveglio immediato degli spiriti animali del capitalismo. Senza la sbrigativa libertà di licenziare, il capitale non riesce più a investire, a innovare, a competere. E quindi, il piano della nichilistica espropriazione del lavoro, continua ad essere perseguito come la variante più allettante per rilanciare l’accumulazione in un paese che si accasa definitivamente nelle periferie del capitalismo globale e che per il suo de te fabula narratur guarda ormai all’Albania.
La filosofia del renzismo si compie nel segno di una integrale decostituzionalizzazione del lavoro. E la sua genuina essenza ideologica è contenuta nella celebre formula sulla libertà dell’imprenditore di licenziare come segno di una grande innovazione destinata a fare epoca. La nuova legislazione, in effetti, è il cuore delle stravolte riforme post-moderne, quelle capovolte costruzioni giuridiche che sopprimono tutele e piccole libertà dal bisogno e assegnano proprio al soggetto già economicamente più forte il diritto di schiacciare il contraente più debole della relazione lavorativa.
Le condizioni sociali della modernità sono basate geneticamente sul differenziale di potere tra capitale e lavoro. E il diritto del lavoro, nato dallo scontro politico della società di massa, cercava di correggere con gli interventi della legislazione gli squilibri sociali più macroscopici conferendo poteri correttivi al lavoro come potenza sociale collettiva. Ora il diritto muta di segno. E’ costruito il diritto del più forte, cioè è scolpito anche sulla norma il potere legale sanzionatorio del capitale sul lavoro. Quando all’impresa si concede il diritto di licenziare il dipendente anche per un solo giorno ingiustificato di assenza, le si consegna un’arma di coercizione sproporzionata rispetto all’entità dell’illecito. E’ la pura forza dell’avere che succhia l’essere della persona che lavora, nel silenzio della cornice pubblica. Ma Rousseau spiegava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e semplice sanzione ufficiale e formale del dominio di fatto dell’impresa sulla forza lavoro ridotta a variabile inanimata.
Ad dominio del capitale, scritto già a chiare lettere nelle oggettive leggi dell’economia e confermato nelle anonime regolarità imposte dalla divisione sociale del lavoro, si aggiunge anche la norma di stampo classista che annichilisce la relativa autonomia conquistata nel Novecento dalla legislazione pubblica nel correggere le asimmetrie del rapporto sociale con norme dettate dal senso civile e morale di un’epoca democratica. Il giudice deve ammainare gli strumenti romantici con i quali inseguiva il miraggio della costituzionalizzazione dei rapporti di lavoro. Sebbene con strumenti coercitivi scarichi, perché privi di sanzione effettiva verso l’impresa inadempiente, il giudice del lavoro aveva introdotto la legge e il contratto a più stretto collegamento con l’essere del lavoratore. La bocca del giudice, nell’accertare la adeguata proporzione tra fatto e sanzione, ora si chiude dinanzi alla soverchiante potenza dell’avere, del capitale, che fa ciò che crede della forza lavoro, con il modico prezzo di una indennità.
Si disegna una individualizzazione crescente delle relazioni economiche imponendo un secco rapporto a due, da una parte sta il potere d’impresa che regna incontrastato e dall’altra il lavoro, soggetto ancor più precario appeso alla decisione d’azienda sui tempi, sui costi delle ristrutturazioni, sull’opportunità di un demensionamento di ruolo nel posto di lavoro. Lo scambio indecente tra un (solo) nominativo contratto a tempo indeterminato e un effettivo potere di licenziare senza giusta causa cambia in profondità i rapporti di forza dentro i luoghi di lavoro. Il sindacato è invitato a uscire dalla fabbrica o dall’ufficio, non essendo più rilevante il potere delle organizzazioni nel trattare le condizioni delle ristrutturazioni, degli esuberi, dei tempi, delle mobilità, dei licenziamenti collettivi.
Lo spiegava bene Spinoza: quando un soggetto cede un potere, non ha più le chiavi per rivendicare i suoi diritti. Non esistono infatti diritti fruibili senza una potenza collettiva che li sorregge. E l’attacco del governo è, con qualche perversa sistematicità, indirizzato contro le condizioni (sociali e sindacali) della potenza del lavoro. Strattonato dalle strategie d’impresa che lo rendevano una variabile sempre più precaria, il lavoro viene ora reso liquido anche dalla norma giuridica. Il pubblico si adagia alle esigenze funzionali dell’impresa privata e costruisce un diritto con moduli, tempi, risarcimenti monetari richiesti dal capitale. Con il suo turbo governo Renzi procede a passi di gambero verso l’Ottocento. Nella sua fabbrica entra solo il cartello che intima alla manodopera di perdere ogni speranza di riscatto e di non disturbare il padrone che dà l’opportunità di lavoro, e quindi va santificato.
Nel regime giuridico duale, cioè con la competizione innestata dalla norma diseguale che differenzia tra vecchi e nuovi assunti servendosi di profili discriminatori, l’impresa spera di ottenere maggiori potenziali di ricatto sul lavoro diviso e sotto minaccia in virtù di nuovi poteri dispositivi e sanzionatori. Con il suo Pier delle Vigne, la comandante dei vigili urbani di Firenze nominata sul campo capo dell’ufficio legislativo di palazzo Chigi, Renzi ha davvero posto fine al costituzionalismo della repubblica. Già sepolti i suoi soggetti politici (i partiti ideologici di massa), ora sono spenti anche i suoi soggetti sociali, il lavoro come sovrano della costituzione economica. E’ cominciata un’altra epoca nel segno della destra economica, cioè con lo sfacciato potere dell’impresa, con la sua giurisdizione privata spietata e senza contropartite. Il lavoro è sconfitto, ma non vinto.
La Destra governa l’Italia. Il suo capo si chiama Matteo Renzi.
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Applausi dalla destra, fischi dalla sinistra. Come succede dall’inizio dell’era Renzi. Proprio in questi giorni, quando il governo festeggia il primo anniversario del suo governo, la ciliegina sulla torta arriva con il consiglio dei ministri che brinda alla cancellazione dell’articolo 18 e offre il dolce preferito dagli imprenditori: il via libera ai licenziamenti collettivi.
Del resto l’antipasto lo avevamo assaggiato con il decreto Poletti, un ministro così sensibile al bisogno di lavoro dei giovani da ridurli ad accettare esattamente le stesse condizioni di precarietà precedenti. E ora ecco il piatto forte con il Jobs act, il funerale dello Statuto dei lavoratori, il battesimo della magna carta di quel che resta dell’impresa.
Naturalmente si dà in pasto alla propaganda l’avvento del regno del Bengodi per tutti i lavoratori. Il presidente del consiglio promette («adesso mutui, ferie, diritti») e assicura che da domani, di fronte a un lavoratore senza diritti, gli imprenditori ritroveranno la voglia di assumere e le banche quella di aprire la cassaforte.
Aver tolto dalle decine di contratti a tempo determinato, due particolari fattispecie, viene presentato come la storica vittoria sul precariato. Peccato che con il contratto a tutele crescenti l’imprenditore ha esattamente la stessa libertà di assumere e licenziare. Come e quando vuole. Susanna Camusso, che contro il Jobs act ha chiamato i lavoratori allo sciopero generale, ripete quel che ha sempre detto («è il via libera ai licenziamenti»), seguita da Cisl e Uil. La bastonata sinistra del Pd con Fassina fa notare che «il diritto del lavoro torna agli anni ’50». Con una differenza: allora il paese si stava avviando verso il boom economico, oggi siamo in recessione.
Il segretario del Pd ha “spianato” sindacati e sinistra interna per condividere la sua passione riformatrice tra Berlusconi e Marchionne. Con il capo della destra ha progettato la nuova Costituzione del partito unico, con il manager globale ha ridotto a servitù i lavoratori. Due partner per una felice bigamia, benedetta dalla Troika. Finalmente anche per Bruxelles una parentesi lieta, un governo che l’ascolta anziché mettersi di traverso come gli indisciplinati greci. Finalmente un governo capace di mettere in pratica la regola aurea da cui tutto il resto dipende (rendere il lavoro una merce docile e povera), con una svolta determinante che tiene l’Italia sul binario morto dell’austerità.
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La ciliegina sulla torta
di Norma Rangeri, il manifesto, 21.2.2015
Televideo
17/02/2015 12:46
Landini: “Renzi è peggio di Berlusconi”
12.46 Per quello che sta facendo sul lavoro il premier Renzi, “ragazzo” che ha un versante “un po’ padronale e autoritario”, è peggio di Berlusconi. E’ il giudizio di Landini, leader della Fiom. “Il governo Berlusconi di fronte a manifestazioni e scioperi prese atto, si confrontò, discusse con i sindacati”. Ora c’è un “governo eletto da nessuno”.
Renzi “sta usando una crisi del sistema politico italiano per far passare le proposte di Confindustria” e “va avanti”, dice Landini,”nonostante non abbia il consenso di lavoratori e giovani”.
Matteo Renzi mi fa venire in mente ciò che Tuco dice al suo aguzzino Wallace: «Quelli grossi come te mi piacciono, perché quando cadono fanno più rumore».
La palude renziana
di Norma Rangeri
il manifesto, 14.2.2015
Alla scena rumorosa dei tumulti sui banchi di Montecitorio da oggi se ne sostituirà una silenziosa ma non per questo meno indecorosa. Quella di un’aula parlamentare mezza vuota, abbandonata dal variegato cartello delle opposizioni. Dalla Lega a Fi, da Sel ai 5Stelle, tutti insieme per la scelta estrema di non essere né complici, né spettatori di una riforma che sfigura la Costituzione e incorona il piccolo Cesare.
Buttare giù la Carta della democrazia parlamentare non è un pranzo di gala e che gli animi si accendano è il minimo. Succede dai tempi di Cavour e Garibaldi, anche se questa volta le botte non sono volate tra destra e sinistra ma tra i deputati del Pd e di Sel. Tuttavia non si tratta più di una questione di buone maniere, difficili da mantenere tanto più se l’assemblea si vede imporre tempi e modi della “controriforma” da un presidente del consiglio che si aggira di notte come un ladro per i corridoi di Montecitorio a raccattare voti minacciando le elezioni anticipate.
La scelta dell’Aventino è così solo l’ultimo atto di una brutta storia di prevaricazione, costante e continua, di ogni regola e procedura. Tra i tanti esempi dello stil novo renziano basterebbe ricordare l’episodio della sostituzione dei senatori del Pd che in commissione non votavano come Renzi e Boschi comandavano.
La decisione di lasciare che il governo Renzi-Alfano approvi in solitudine la nuova Costituzione purtroppo fa parte di uno scenario tutt’altro che inedito. Il triste spettacolo fu messo in scena quando Berlusconi varò la sua riforma, oltretutto anche molto simile a quella in discussione oggi, e per fortuna poi bocciata dal referendum (come speriamo si ripeta questa volta).
Oggi Renzi ne segue le orme intestandosene una persino peggiore (per esempio sulla composizione del nuovo senato: allora diminuiva il numero dei senatori ma l’elezione era di primo grado). E in ogni caso ispirata da un’idea della politica (e del governo) che risponde alla stessa logica, alle medesime priorità.
Se non si stesse giocando una partita così importante per gli assetti democratici saremmo di fronte a una pessima farsa, con i parlamentari berlusconiani che scendono dal carro del vincitore e salgono sulle barricate dell’opposizione promettendo di far vedere a Renzi «i sorci verdi». La minaccia, che arriva dal pittoresco capogruppo Brunetta, più che spaventare gli avversari del Pd sembra piuttosto voler attutire le divisioni della propria truppa.
Del resto anche la battaglia delle opposizioni di sinistra e dei 5Stelle, aldilà dell’impatto simbolico, rivela una evidente debolezza. Chi per baldanza, chi per un malinteso senso di responsabilità verso la “ditta” non è riuscito a fermare il treno ora decide di togliersi dai binari.
Restano le macerie di un quadro politico frantumato che, oltretutto, dietro l’arroganza renziana non può nemmeno esibire la forza del decisionismo craxiano ma solo offrire la palude di un potere balcanizzato.
Il viadotto sulla Palermo-Agrigento è crollato in un altro punto.
“In seguito al primo crollo, il premier Matteo Renzi aveva voluto far sapere che il disastro non sarebbe finito a tarallucci e vino, senza responsabili, pretendendo che fossero individuati al più presto i colpevoli. Non è andata affatto a finire così”.
Fonte: Notav.info , 6.2.2015
Questo grottesco parolaio è veramente una sciagura, lui e il suo Partito.
Il Partito Democratico è ormai la Democrazia Cristiana in tutto il suo splendore.
Che i vecchi ‘compagni’ non se ne rendano conto è davvero patetico, ma forse se ne rendono conto e infatti molti non vanno più a votare.
Licenziare, licenziare e licenziare. È questa la politica economico-sociale del governo del Partito Democratico (e Nuovo Centrodestra). Nella tradizione della «sinistra», certo.
#Renzivolasereno
Giuseppe Verdi fu candidato alla Camera del primo parlamento del Regno d’Italia da Cavour (1861-1865 ed eletto come deputato nel Collegio dell’attuale Fidenza nel febbraio 1861. In seguito il Re lo nominerà, per motivi culturali, senatore nel 1874. Verdi aveva diritto a viaggiare in treno per recarsi a Roma con biglietti forniti dallo Stato, ma non li usò mai e pago’ sempre di tasca sua. Nella villa che si fece costruire a Sant’Agata tra i suoi cimeli c’è un blocchetto di biglietti mai usati per recarsi a Roma.
Altri tempi si dirà, certo ma anche altri uomini. L’ebetino Renzie non ha sicuramente preso esempio, forse Verdi non sa neppure chi sia, ma dovrebbe conoscere bene Frau Merkel con la quale non perde occasione per farsi un selfie. Per le vacanze di Pasqua a Ischia, nel 2012, Angela Merkel ed il marito, prof. Joachim Sauer, arrivarono a Napoli con due voli separati, per non pesare troppo sul bilancio familiare. Il domenicale ‘Bild am Sonntag’ (BamS) spiegò che se la Merkel avesse preso il marito a bordo del Challenger di servizio della Luftwaffe, il consorte avrebbe dovuto sborsare 1.300 euro per il volo. La Bams riportò che Sauer per risparmiare raggiunse Napoli con un aereo low cost.
Italia, anno 2015, “Renzi in vacanza con un volo di Stato” dirottato su Aosta.
La denuncia di Carlo Sibilia e Paolo Romano del M5S: “Un Falcon 900 della flotta di Stato è stato dirottato da Roma a Firenze e poi dritto ad Aosta. A bordo il premier e tutta la sua famiglia”, che hanno trascorso Capodanno a Courmayeur. Renzi: “E’ il protocollo”. Il suo ovviamente… #Renzivolasereno, esempio fulgido per tutti i contribuenti.
In Sicilia diciamo “Si nuddu ammiscatu cu nenti“.
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Il semestre di presidenza UE di Renzie: il nulla
Estratto del discorso di Carlo Sibilia pronunciato oggi alla Camera rivolto a Renzie – guarda il video integrale
“[…] oggi siamo costretti a dover parlare dei tuoi grandi successi come Presidente del Semestre Europeo appena trascorso. Il 2 luglio a Strasburgo Dicesti “Il nostro semestre può essere un semestre in cui non abbiamo paura di dire che la politica ha una sua dignità”. Dignità, parlava di dignità, signor Presidente. E vediamo questa dignità come si è tradotta:
-nuovo record di disoccupazione; mai nella storia, partendo dall’Unità d’Italia, la penisola aveva registrato un tasso di disoccupazione così alto: il 13,2%,
– nuovo record fallimentare per le imprese: durante il suo governo ne sono fallite in media 63 ogni giorno, insomma più di due ogni ora hanno chiuso i battenti.
– debito pubblico italiano è aumentato a ottobre di 23,5 miliardi di euro, arrivando a quota 2.157,5 miliardi, 74 miliardi in più rispetto allo stesso mese di un anno fa.
– Nuovo record internazionale di declassamento: Il nostro debito è stato denominato come BBB da Standard and Poors, significa che manca pochissimo, un passo, per essere considerati un Paese le cui emissioni di titoli sono “spazzatura”.
Ecco! La dignità della politica, finalmente ci siamo arrivati! Presidente, in Italia ci sono più di dieci milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà, se ne rende conto? Sono giovani senza un’occupazione, (lei non ha fatto niente), pensionati abbandonati dopo quarant’anni di duro lavoro, sono esodati, incapienti, imprenditori sul lastrico, liberi professionisti paralizzati dalle tasse che il suo governo ha imposto dietro i diktat dei burocrati europei.
Secondo Save the Children la regione dove sono nato, la Campania, “vanta” la media nazionale più elevata di bambini in povertà assoluta. 125 mila italiani tra i 25 e i 40 ci hanno abbandonato per sempre solo nel 2014. Il semestre italiano di Presidenza dell’Unione Europea ha prodotto il nulla assoluto!”
Carlo Sibilia, M5S Camera
– leggi l’intervento integrale
Il governo del Partito Democratico e del Nuovo Centrodestra di Alfano sta ormai definitivamente dalla parte dei padroni e contro gli operai e i cittadini, picchiati dalla polizia peggio che ai tempi di Scelba.
“C’è nel Paese come il senso di un abbandono che si espande nei tanti luoghi del bisogno generando rabbia. Si sentono abbandonate le piazze dei diritti negati e del lavoro finito perché l’unica risposta quando va bene è il silenzio, altrimenti sono manganellate. E l’abbandono dei quartieri dimenticati dal menefreghismo di sindaci e politicanti scava nei sentimenti peggiori.
Per fortuna, apprendiamo dai tg esultanti che Renzi le ha cantate chiare alla Merkel e a Putin. Nel mondo dell’irrealtà non piove mai e il sole splende sempre.”
Antonio Padellaro, L’abbandono, il Fatto Quotidiano, 16.11.2014
Ho letto con molto interesse questo suo ultimo intervento, mi chiedo ma in sicilia siamo vittime da questa politica; oppure non è un vittimismo ma un mancato attivismo, perché certe volte mi sembra che assistiamo hai fatti e, poi ne subiamo le conseguenze, ma non mi sembra che negli ultimi mesi ci siano state in Sicilia delle manifestazioni un tantino più dure rispetto a quello che è successo da Roma in su, eppure il popolo siciliano nella sua storia ha avuto un passato di rivolte, addirittura in alcuni casi le prime in europa, che cosa sta succedendo , dormiamo e poi speriamo di svegliarci e trovare tutto sistemato, quel’è il politico siciliano odierno che possa fare si che non rimaniamo intrappolati in questa rete, siamo solo un serbatoio per portare voti punto e basta , oppure abbiamo voce in capitolo, anziché rimanere capitolati da tutta questa politica, come possiamo ritornare a una sinistra storica o a una destra storica, come possiamo ritornare a una politica di sani valori, con uomini veramente degni di fare politica per il bene del paese, e non per pavoneggiarsi davanti alle telecamere con tante parole e pochi fatti.
Ho un’obiezione soltanto da muovere a questo articolo. Burgio scrive di “un governo fondato sul patto d’acciaio con la destra”. No, questo governo è la destra.
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Renzi e il trionfo dei simulacri
di Alberto Burgio, il manifesto, 16.11.2014
Forse è possibile leggere l’attuale crisi della democrazia alla luce della controriforma renziana del lavoro e della dialettica interna al Pd. Come attraverso una piccola lente d’ingrandimento.
L’essenza della crisi democratica consiste nel trionfo dell’apparenza sulla realtà. Negli anni Sessanta Guy Debord parlava di «spettacolo» e, da buon allievo di Marx, si riferiva alla potenza simbolica della merce, che rende invisibile lo sfruttamento del lavoro salariato. Ma il trionfo dell’apparenza investe anche le liturgie democratiche che le istituzioni mettono in scena.
I sacramenti amministrati nel cielo della politica nascondono le violenze consumate sulla terra dei rapporti sociali. E mentre ci si immedesima nella nobile fisionomia del cittadinosovrano, non ci si accorge di avere perso anche quel residuo di autonomia che risiedeva nella rappresentanza. Di esserne stati privati da leggi elettorali che escludono le posizioni «incompatibili».
Da consuetudini che affidano la legislazione agli esecutivi (riducendo i parlamenti a grotteschi palcoscenici). E dal trasferimento della sovranità a istituzioni sovranazionali non elettive e a potentati privati.
In questo senso è possibile scorgere nel trionfo dei simulacri l’essenza dello svuotamento della democrazia. E veniamo così al Jobs Act. Nel merito, si tratta di una legge altamente simbolica. Non perché non produca effetti concreti. Al contrario, ne discenderà una brutale lesione delle residue tutele del lavoro subordinato. Si tratta di un atto simbolico perché concepito non per il fine dichiarato (la ripresa economica) ma per dimostrare ai mandanti del governo (il padronato italiano e la tecnocrazia europea) di volere andare in fondo nella normalizzazione neoliberista del paese.
Se questo è vero, come leggere la storia parlamentare del Jobs Act e quali lezioni trarne? È inevitabile a questo punto riparlare del «dissenso» della cosiddetta sinistra del Pd. Seguiamo questa vicenda tragicomica da quando il gesto «riformatore» del governo è entrato nel vivo, cioè dalla controriforma del Senato. Ma il colmo lo si è raggiunto adesso, con la delega sul lavoro. Per due ragioni.
In primo luogo, per l’elevato significato simbolico della materia. Si rilegga l’art. 1 della Costituzione. Si consideri il paesaggio sociale del paese, con i suoi milioni di inoccupati, disoccupati e sotto-occupati, di precari strutturali, lavoratori poveri ed esodati, di migranti clandestinizzati e di pensionati alla fame. Si tenga infine presente che nel mondo moderno, dalla rivoluzione francese in poi, «sinistra» significa movimento operaio, lotte per i diritti e la dignità dei lavoratori.
La seconda ragione per cui la discussione sul lavoro è decisiva chiama in causa lo scacchiere politico coinvolto. Da un lato, un governo fondato sul patto d’acciaio con la destra, che ha scelto di caratterizzarsi con un attivismo «riformatore» volto a neutralizzare ogni capacità di difesa dei subalterni. Dall’altro, un movimento sindacale che – nelle sue organizzazioni più avanzate e rilevanti – ha finalmente rotto gli indugi e deciso di scendere in lotta non solo contro il padronato ma anche contro il governo che ne ha sposato a oltranza gli interessi.
In questo scenario è venuto meno ogni spazio di mediazione e appare inderogabile una scelta di fondo, per la quale del resto lo stesso oltranzismo renziano ha sin qui lavorato. O con il lavoro contro questo governo, o con questo governo contro il lavoro. Come si pone di fronte al bivio la «sinistra» del Pd, volente o nolente simbolo di questo dilemma? Fatta eccezione, forse, per qualche singolo, risponde obbedendo, piegandosi, rivelando che il dissenso era tutta una penosa manfrina e che, al di là delle minacce e dei sempre più flebili strepiti, più di ogni altra cosa conta la difesa del ruolo e dei suoi corollari. Questo dice da ultimo la sceneggiata sull’accordo «faticosamente raggiunto» tra la maggioranza e le minoranze del partito, con tanto di entrata in scena dei comprimari dell’Ncd incaricati di drammatizzare le ridicole concessioni del governo sull’art. 18.
Si dirà: perché prendersela tanto con poche decine di deputati e senatori che se non altro hanno provato a mettere qualche bastone tra le ruote del premier e hanno infine capitolato perché non abbastanza numerosi? Non è più grave la condotta di chi non ha nemmeno protestato?
Intanto chi è d’accordo con Renzi è semplicemente dall’altra parte della barricata, avendo da tempo interiorizzato le ragioni «europeiste» dell’oligarchia a trazione tecnocratica. Criticarlo non avrebbe più senso che discutere con Ichino e Sacconi per ciò che pensano dei diritti degli operai, con Verdini per quel che pensa della Costituzione antifascista o con Monti a proposito di austerity.
La sinistra Pd dovrebbe essere una cosa totalmente diversa, stando a quanto afferma. E non dovrebbe ritrovarsi sistematicamente a portare acqua al mulino di un governo come questo aggrappandosi alle scuse più indecenti, dalla lealtà alla «ditta» alle presunte concessioni strappate all’esecutivo. Se lo fa, tradisce se stessa e inganna quanti le hanno incautamente dato credito. Con un’ulteriore aggravante a questo riguardo. Se tutta questa messinscena avesse fine, sarebbe almeno evidente a tutti che cos’è ormai questo Pd, e forse se ne gioverebbe il tentativo di ricostruire in Italia una sinistra politica degna di questo nome.
Così torniamo al malizioso gioco tra apparenza e realtà. Qualcuno immaginava che Renzi avrebbe cacciato la minoranza degli eretici per punirla della sua insubordinazione. Ma l’uomo sa il fatto suo e capisce bene che, non ci fosse un’opposizione di tal fatta, dovrebbe inventarla, pena il rischio di apparire per quel che è, lo scrupoloso garante della destra economica e politica. Debord parlava di «società dello spettacolo». Ai nostri tempi sappiamo fare ben di meglio. Abbiamo ormai soltantouno spettacolo con qualche misera compagnia di mestieranti, mentre della società ci stiamo allegramente disfacendo.
Tor Sapienza, chi fa finta di non vedere
di Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2014
Oggi a Tor Sapienza, in quel di Roma Capitale, è attesa la visita del senatore leghista Mario Borghezio venuto a cantare vittoria, e giustamente visto che lo Stato incapace di mantenere l’ordine nel quartiere ha deciso di calarsi le brache procedendo allo sgombero degli extracomunitari dal locale centro di accoglienza, dando così ragione ai violenti e ai facinorosi di ogni colore. Borghezio (già condannato dopo l’incendio dei pagliericci di alcuni immigrati a Torino nel 2000) fa da battistrada al suo leader, Matteo Salvini, star dei talk show, un simpaticone assurto alla notorietà nel 2009 quando propose di riservare “alle donne e ai milanesi” appositi vagoni della metropolitana, onde evitare evidentemente pericolose contaminazioni con negri e altre razze inferiori. Quello stesso Salvini diventato compagno di merende delle squadre speciali di CasaPound, che almeno non fanno mistero della loro quintessenza fascista.
Questi personaggi, fino a qualche tempo fa comparse pittoresche della politica minore, oggi fanno molto meno ridere e raccolgono a piene mani la rabbia collettiva seminata dalla politica maggiore. Non ci occuperemo qui dei torti e delle ragioni di quella che su Repubblica monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma, ha definito “guerra fra poveri” segnalando “la spregiudicatezza di politici che cavalcano il malcontento attirando i gruppi più estremi”.
Ma più grave ancora è il silenzio delle istituzioni, indifferenti di fronte al dilagare di una guerriglia che nelle borgate romane è caccia allo straniero, mentre a Milano diventa rissa quotidiana nelle case popolari occupate. Tace il governo: e se l’assenza di Alfano non fa più notizia, per la palese inadeguatezza del ministro dell’Interno (curiosa la protesta del Vi-minale, quando ormai a Tor Sapienza lo Stato si era ritirato), l’indifferenza di Matteo Renzi va misurata con il metro del cinismo. Il premier, infatti, rifugge dalla realtà soprattutto quando essa si presenta con effetti sgradevoli (a Genova, per dirne una, aspettano ancora la sua visita dopo l’alluvione di oltre un mese fa); e chissà se i suoi addetti alla comunicazione oltre a provvedere alla “modalità golfino” gli nascondono anche i giornali con le brutte notizie.
Stupisce infine l’assenza di moniti del Quirinale. Abituati ad ascoltare richiami e reprimende sull’universo mondo, si stenta a comprendere come mai questa escalation d’intolleranza in un corpo sociale devastato dalla crisi susciti sul Colle così scarso interesse. Il modo migliore per lasciare campo libero ai razzisti in camicia verde e ai fascisti in camicia nera.
Verdini rinviato a giudizio nell’inchiesta sull’associazione segreta P3, che agisce contro la Costituzione.
Lo stesso Verdini è l’amico con il quale Renzi sta riscrivendo la Costituzione.
Lo stesso Verdini è il garante del patto con il pregiudicato Berlusconi.
Queste sono soltanto bande di criminali.
Renzi è un vecchio politico che opera sottobanco, come sempre.
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La scorsa settimana Renzi, dopo venti votazioni fallite e milioni di euro buttati, ha bussato alla porta del M5S invitandoci a trovare un accordo sui candidati da eleggere alla Corte Costituzionale ed al CSM. Ben arrivato!
Da cinque mesi il M5S ha comunicato PUBBLICAMENTE una rosa di nomi super partes, scelti solo per i loro meriti professionali, e sempre PUBBLICAMENTE ha invitato i partiti a fare altrettanto. Ma Renzi aveva altri piani: piazzare Violante, una sua colonna, garante di Berlusconi, anche se privo dei requisiti.
Solo quando si è reso conto che il patto del Nazareno non reggeva e che non sarebbero stati in grado di eleggerlo, hanno chiesto i nostri voti ipotizzando una trattativa, proponendoci in cambio una poltrona al CSM. Così è arrivata la chiamata di Renzi ad un nostro parlamentare per individuare i nomi in segreto e scambiarsi le poltrone. Ancora non hanno capito con chi hanno a che fare.
Ribadiamo la risposta, chiarissima, per l’ennesima volta: i nostri nomi sono a disposizione da tempo. Se il PD vuole condivisione non tenti la via della trattativa segreta. Renzi faccia i suoi nomi PUBBLICAMENTE.
CHIUNQUE abbia i requisiti per essere eletto in ruoli di garanzia così importanti può essere candidabile per il M5S se valido e indipendente.
Altrimenti saranno ancora fumate nere.
Trasparenza è quello che chiediamo, non poltrone!
Fonte: Consulta, con il M5S: la trattativa si fa alla luce del sole
La Leopolda al Quirinale
di Andrea Fabozzi, il manifesto 24.10.2014
È il paese dei rottamatori attempati. Innovatori falliti fulminati dall’invidia, capi corrente di tutte le stagioni che non possono perdersi questa, capitani d’azienda sbucati fuori dal capitalismo di relazione direttamente nell’era del «non guardiamo in faccia a nessuno». Che Renzi vada di corsa, o passo dopo passo, o sostanzialmente stia fermo, riescono comunque a fargli corteo. Non tutti fanno solo scena.
Giorgio Napolitano ieri ha fatto un altro discorso pubblico. Nel giorno in cui il governo è ricorso due volte alla fiducia, una alla camera e un’altra al senato, era possibile sperare in un richiamo, un’osservazione, una perplessità del Quirinale. Altre volte e con altri governi il presidente era intervenuto su palazzo Chigi, aveva promesso un «rigoroso controllo» per frenare il ricorso ai decreti e alle fiducie. E invece ieri abbiamo assistito, nel silenzio, a due fiducie su due decreti; atti del governo che il parlamento non ha potuto modificare. E non questioni marginali, ma Sblocca Italia (grandi opere, concessioni autostradali, bonifiche, trivellazioni) e giustizia (riforma del processo civile) regolati con con lo strumento previsto per i casi di necessità e urgenza. Il Csm ha avuto da ridire. Napolitano, che lo presiede, no.
Il presidente è intervenuto invece guardando altrove. Ha condannato «atteggiamenti frenanti», «contrapposizioni pregiudiziali», «conservatorismi, corporativismi e ingiuste pretese di conservazione», «vecchi assetti strutturali e di potere». Un impeto già ascoltato direttamente da Renzi, il giorno in cui parlò di sé come «torrente impetuoso» e tutti gli altri «palude». Anche sul Colle non sopportano più «zavorre», «paralisi» e «impedimenti». I concetti saranno anche un po’ vaghi, la polemica non lo è affatto. Perché proprio domani prenderà forma a Roma il massimo sforzo di opposizione al governo. Benvenuti ai lavoratori e al sindacato, Napolitano ha detto da che parte sta: con chi «forte come da lungo tempo non si vedeva, persegue le riforme». La Leopolda al Quirinale.
Una profezia di Niccolò Machiavelli
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Machiavellerie asinine
di Augusto Illuminati
Rimasto disoccupato con il ritorno dei Medici, il quondam segretario Machiavelli si mise a fare il profeta, come traspare dall’exhortatio finale del Principe ma ancor più da un poemetto satirico in terzine, L’asino, probabilmente del 1517.
Nel cui primo capitolo (vv. 31-90) con mirabile preveggenza narra di un ragazzotto di periferia se non del contado, poniamo Rignano sull’Arno, afflitto da uno strano difetto, «ch’in ogni luogo/per la via correva, /e d’ogni tempo senza alcun rispetto».
[…]
Sembrava comunque che stesse mettendo la testa a posto e camminasse come tutti, quand’ecco che arriva il Jobs Act e il fiorentino (sempre con la minuscola) riprende a correre, quasi fosse sbucato in via de’ Martelli. Voto di fiducia estorto al Senato, senza emendamenti parlamentari e senza dibattito, voto di fiducia (annunciato) alla Camera, manco più la scusa di una vetrina europea cui esibire il sorcio. Prossima vittima, #lascuolabuona. La tattica di abbagliare i conigli con i fari funziona (dato che all’opposizione, interna ed esterna al Pd, ci stanno conigli), l’utilità pratica è scarsa, poiché dati statistici e mercati non lo prendono sul serio e tutti gli indici (Pil, consumi, occupazione, fiducia) precipitano.
Velocità e rottamazione sono il perfetto sostituto for dummies di una strategia, per quanto criticabile, la parodia bischera del populismo neo-liberale. Gli intrallazzi con i grandi evasori – l’ex-Cav al Nazareno e Marchionne a Detroit – e l’intimità con Serra e Farinetti sono la ciccia, il resto è addobbo da mago, bacchetta e stelline. Politichese trasfigurato in salotto talk-show. A differenza del ragazzotto di Machiavelli, il padre non può nemmeno provarci a raddrizzarlo (pare che sia in altre faccende affaccendato). Toccherà a noi, mi sa.
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Il testo integrale su alfabeta2, 20.10.2014
A proposito della sinistra arresa della quale si parlava con Biagio Guastella, l’editoriale odierno del manifesto è chiarissimo. Ne condivido per intero l’analisi.
Anche perché ciò che qui viene detto –il mussolinismo, la menzogna, la cifra del tutto reazionaria, la servitù dei media– sono le chiavi che da tempo propongo per capire questo disgustoso suicidio della sinistra italiana.
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L’inedito potere personale
di Alberto Burgio, il manifesto 18.10.2014
Immagino siano in tanti a chiedersi che cosa spinga Renzi al bullismo, visto che le provocazioni e gli insulti non colpiscono tanto gli avversari quanto i suoi stessi compagni di partito. E visto che non può esserci dubbio sul fatto che il contrasto non è un incidente ma uno scopo perseguito con cura e previdenza.
Quando si trattò del Senato, Renzi avvertì che i dissenzienti avrebbero potuto spostare qualche virgola, non certo «stravolgere la riforma», intendendo per stravolgimento qualsiasi modifica del testo. Nel conflitto sul Jobs Act la formula si è precisata: «incontro tutti ma nessuno si sogni di cambiare nulla». Prendere o lasciare. È passata una settimana e siamo al match sulla finanziaria, coi tagli alle casse regionali e altre porcherie come il rinnovato blocco dei contratti degli statali, la decontribuzione e gli sconti sull’Irap che fanno sognare il dottor Squinzi. In tutti i casi la rivolta della vecchia guardia Pd era probabilmente auspicata, e ciò si spiega con la volontà di «asfaltare» chi critica ma non regge il conflitto. Ma ora come intendere l’urto col super-renziano presidente del Piemonte e della conferenza delle Regioni? Che Chiamparino avrebbe reagito era scontato: allora perché non prevenire lo scontro e anzi caricare i toni?
Gli storici sveleranno il mistero. Intanto, a caldo, sembra plausibile una sola ipotesi. Che – incalzato dalla tecnocrazia europea e tentato dall’opportunità di sfruttare il diffuso astio verso il ceto politico – Renzi lavori per conquistare un potere personale inedito nella storia repubblicana. Dopo aver vinto (grazie a Bersani) le primarie, annunciò di voler essere l’«uomo solo al comando» del paese. È quello che sta cercando di fare, sin qui con buon successo. Nel governo non deve tener conto del parere di nessuno, visto che lì nessuno è in grado di concepire pareri, fatta eccezione forse per il rappresentante dell’Ocse, con cui difatti litiga ogni giorno.
Nel partito batte i pugni sul tavolo quando qualcuno storce il naso. E ne trae grandi vantaggi, facendo sì che i critici si mostrino pavidi e tremebondi ed esibendosi al cospetto del popolo ammirante come un eroe senza macchia e senza paura. Come l’Uomo della Provvidenza all’altezza dei tempi, che «tira dritto» per ribaltare il mondo dalle fondamenta.
Naturalmente quest’opera di autoesaltazione implica la più sinistra virtù del politico: la capacità di mentire. Che Renzi possiede in sommo grado ed esercita cinicamente, complice la grancassa mediatica, pur di sedurre la platea degli spettatori che prima o poi dovrà convocare alle urne.
Questa mega-riduzione di tasse a beneficio dei padroni è un esempio da manuale, visto che per milioni di italiani (compresi tanti che l’hanno votato fiduciosi) si tradurrà nel contrario o in nuove rovinose perdite di servizi essenziali, dalla sanità alla scuola, ai trasporti. Proprio come nell’Inghilterra del provvidenziale Blair. Ma la questione della verità e della menzogna non si pone. Politica e morale hanno divorziato da tempo, ammesso che abbiano mai convolato. Quel che conta è il gradimento dell’Europa e della grande finanza. Il potere, quindi il consenso comunque estorto, non certo la condizione reale della gente, sempre più povera, insicura e depressa. L’importante è condurre rapidamente in porto la trasformazione del paese in una libera società di mercato, dove tutto (e ciascuno) è merce e il capitale regna senza l’intralcio dei diritti.
In questo quadro «rivoluzionario» Renzi si muove come un pesce in acqua. E, con la sua aggressività e spregiudicatezza, è l’uomo giusto al posto giusto per quanti sognano una società pacificata nel segno della radicale subordinazione del lavoro. Ma se è così, provvidenziale Renzi lo è anche per un’altra ragione, opposta a questa. Proprio per la sua violenza padronale è anche il messo di una Provvidenza benevola, decisa a cancellare finalmente l’anomalia italiana: l’assenza di una sinistra minimamente in grado di contrastare lo sfondamento neoliberista e di proteggere la controparte sociale del capitale privato. Un’assenza – sia chiaro – che chiama in causa anche gravi responsabilità dei gruppi dirigenti susseguitisi in questi decenni alla guida della sinistra di alternativa.
L’estremismo renziano ha una qualche valenza storica, è una discontinuità che aiuta a periodizzare la poco esaltante esperienza della «sinistra moderata» italiana. Se fino al 2007 la normalizzazione della sinistra post-comunista aveva convissuto con un sempre più tenue e contraddittorio sistema di relazioni con le lotte del lavoro, la nascita del Pd ha sancito la sussunzione della «sinistra moderata» all’egemonia centrista e la sua funzionalizzazione al progetto oligarchico maturato nel quadro della crisi. Nel 2011 il protagonismo di Napolitano, regista extraparlamentare delle larghe intese, ha inaugurato una nuova fase, nel segno di un sempre più risolto sganciamento dal campo delle classi subalterne. Ora il brutale attivismo renziano porta a termine il processo, mettendo all’ordine del giorno la dissoluzione di qualsiasi residuo di sinistra nel Pd: la guerra contro il lavoro, l’urto frontale con il sindacato, lo smantellamento del sistema dei diritti sociali, lo svuotamento della Costituzione d’intesa col vecchio padre-padrone della destra.
Non è possibile negare la cifra reazionaria di tale programma, che lo stile populista del provvidenziale demiurgo rafforza. Ma proprio questo evidente connotato consente e impone di riconoscere senza indugi che la rinascita della sinistra italiana implica la sottrazione di tutte le sue componenti all’egemonia dell’attuale gruppo dirigente democratico, l’esercizio di quella pratica dell’autonomia politica che Gramsci chiamò «spirito di scissione». Dopodiché si tratterà di contribuire tutti a un’impresa ormai inderogabile – la costituzione di un nuovo soggetto politico della sinistra italiana – mettendo da parte patriottismi e settarismi e praticando senza reticenza l’obiettivo prioritario dell’unità.