Blog Seneca. Sul Tempo

Seneca. Sul Tempo

Il tempo è un dono ignorato. Gli umani sono gelosi dei propri beni, avidi di acquisirne altri, prudenti nel prestare le loro cose. Pochi, invece, si curano del tempo che regalano, che dilapidano, che utilizzano male: «Nemo aestimat tempus; utuntur illo laxius quasi gratuito» (Nessuno dà valore al tempo, lo si usa con superficialità, quasi non costasse niente. De Brevitate Vitae, 8). Perché accade questo? Poiché il tempo è inseparabile dall’interiorità. Viviamo il tempo che siamo per come siamo fatti. Con ansia, se siamo deboli; con indifferenza se il vuoto ci domina; con intensità se siamo saggi; sprecandolo se manchiamo di intelligenza. Ecco perché possedere il tempo implica il controllo del sé, la conoscenza e il dominio della nostra propria persona: «Id agamus, ut nostrum omne tempus sit: non erit autem nisi prius nos nostri esse coeperimus» (Cerchiamo di agire come se fossimo padroni del tempo: ma non sarà possibile se non saremo padroni di noi stessi. Epist. LXXI, 37)
Al di là della cadenza degli astri, dei ritmi del sole, dell’ordine del movimento secondo il prima e il poi, al di là della fisica, il tempo è per Seneca la proiezione non soltanto delle strutture cognitive della mente ma anche della sua tonalità emotiva. Il saggio, pertanto, non può che essere signore del tempo. Dentro di lui la temporalità si tinge del suo colore stesso, diventando carne del suo corpo, espressione dell’unico dominio possibile e reale: quello della mente. La filosofia coincide davvero con la decifrazione del tempo, con il suo scioglimento nella gioia disincantata del vivere: «Sapientis ergo multum patet vita; non idem illum qui ceteros terminus cludit; solus generis humani legibus solvitur; omnia illi saecula ut deo serviunt […] Longam illi vitam facit omnium temporum in unum collatio. […] Illorum brevissima ac sollicitissima aetas est qui praeteritorum obliviscuntur, praesentia neglegunt, de futuro timent» (E dunque si estende la vita del saggio; non sta chiusa in confini, come quella degli altri; libera da norme e da leggi comuni, gli evi sembrano stare al suo servizio come fosse la vita di un dio. […] La capacità di coniugare in uno la varietà temporale rende questo esistere lungo. […] Assai breve e angosciante è invece la vita di chi dimentica il passato, trascura il presente, del futuro ha paura. De Brev. Vit. 15-16).

 

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Così intenso il tuo ricordo, Diego. E, Alberto, così a proposito il tuo sempre lucido discorrere.

Difficile non menzionare la lezione di Platone: la filosofia, sì, è preparazione alla morte.
Va da sé come non abbia molto senso, in fin dai conti, disunire quei due nomi con cui chiamiamo un unico oggetto: morte e tempo.
In espressioni come “ciò che ci è (stato) dato da vivere” non possono non essere insiti e inscindibili la durata (nella più vasta plurisemanticità del termine) e la sua fine – che possiamo rendere più o meno brusca.

Il più saggio degli uomini così scrisse:
“Homo liber de nulla re minus quam de morte cogitat et ejus sapientia non mortis sed vitæ meditatio est”.
B. Spinoza, Ethica more geometrico demonstrata, propositio LXVII.

La lezione trasmessaci dalle origini del pensiero sino ai suoi tempi nostri risiede condensata in questa frase.

Questo riferimento a Seneca esorta a quella pienezza, a quel senso di coerenza interiore, a quella soddisfazione profonda nel pensare limpido, con sguardo ampio, che riscatta e vince l’angoscia che si annida nel vivere e pensare sciatto.

Mi ricorda Pasqualino. Mentre scorreva la vita di caserma con le sue piccole grandi meschinità, nel piccolo tormento dei soprusi, lui era sereno, felice. Pasqualino studiava, trascorreva ogni minuto libero, magari in coda alla mensa, col suo libro in mano e il quadernetto di appunti. Gli chiesi un giorno (un lungo giorno a pulire pentole essendo entrambi in punizione) se non si sentisse solo. Io in fondo, avevo anche una ragazza, qualche amico con cui fumare bene nel nascosto del magazzino. Lui era sempre con quei libri, niente cartaccia porno nello stipetto, bensì Rosa Luxembourg, Marx, Hegel, Gramsci. Con quella sottile e dolce cadenza calabrese, alla domanda se si sentisse solo mi rispose più o meno: «Non sono solo, in compagnia di questi grandi pensatori, mi sento al centro della vita, e poi ci sono i miei compagni per i quali elaboro queste conoscenze». Non seppi mai chi fossero i compagni, e forse è giusto così. Pasqualino fu per me l’esempio vivente di come si puo’ fare ad essere pienamente felici.

Scusa il lungo ricordo personale Alberto, ma Pasqualino non l’ho mai dimenticato.

Invita a riflettere, come al solito.

Molto interessante e anche dissetante la sete di capire che mi attira alle tue pagine, caro Alberto. Ritornerò su questo articolo così bello.

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