Blog Streghe interiori

Streghe interiori

In Trance
(Trance)
di Danny Boyle
Con: James McAvoy (Simon), Rosario Dawson (Elizabeth), Vincent Cassel (Franck)
Gran Bretagna, 2012
Trailer del film

Le aste dei dipinti più preziosi sono blindate come e più delle banche. Ma dei ladri ben decisi riescono ugualmente a farcela, tanto più se vengono aiutati da qualcuno che lavora all’interno, come il banditore Simon. Oggetto del furto è un capolavoro inestimabile (venticinque milioni di sterline): le Streghe nell’aria di Francisco Goya. Il problema è che il dipinto sparisce. Dopo aver sottoposto Simon a tortura, i suoi complici devono ammettere che egli non ricorda effettivamente dove abbia nascosto la tela. Decidono quindi di ricorrere a una psicologa, specialista in ipnosi. La cura raggiunge il suo obiettivo ma ha effetti devastanti su tutti i personaggi. Ciò che lentamente affiora dalla mente di Simon è molto più di quanto si potesse immaginare. Al centro della ragnatela mnemonica sembra stagliarsi proprio Elizabeth, che si rivela snodo centrale della vicenda.
Sontuoso nei colori, intricatissimo nel plot, abbastanza corretto -anche se inevitabilmente grossolano- nella descrizione degli stati mentali, Trance è un film come tanti ma piacevole soprattutto per chi si aspetta dei colpi di scena a ripetizione. Il merito maggiore, da un altro punto di vista, è l’intuizione della radicale complessità del corpomente e delle sue memorie profonde. La presenza -discreta ma centrale- di Goya aiuta. È con questo artista che l’illusione della realtà si sfalda e trasmuta nell’universo interiore in cui ogni umano deve fare i conti con i propri fantasmi. A rischio della follia ma ottenendo come premio la pace della conoscenza. Non è un caso che il quadro intorno al quale tutto ruota abbia come titolo Streghe nell’aria.

 

Iscriviti
Notificami

4 Commenti
Più recenti
Vecchi Le più votate

La recensione, o meglio, entrambe le recensioni attraggono e invogliano a vedere il film, ma vorrei ragionare su una questione che, da tempo, mi attrae: il rapporto fra il cinema e la pittura. Sembra che il cinema provi una irresistibile attrazione verso le certe opere pittoriche, come una nostalgia della forza di una sola immagine, ferma, unica. Un’arte che vive in 24 fotogrammi al secondo, in certi film, sembra voglia fermarsi, perchè un’immagine unica è molto più potente. Vale anche per l’architettura, penso con il bel film Il ventre dell’architetto di Peter Greenaway, quando si sofferma sulle architetture romane. Purtroppo non ho l’attrezzatura filosofica di Alberto, ma leggendo i suoi scritti mi sono fatto l’idea che se osservi un quadro di quelli davvero importanti, ci metti tu, osservatore, il tempo, la temporalità. Nel cinema c’è il tempo della pellicola che si srotola, ma il cinema «vero» non va solo a 24fts, riesce a fermare il tempo dello spettatore, specie su certe immagini. Scusate amici, vado un po’ in fretta, sicuramente sono stato confuso ma il tema è affascinante.

concordo, Alberto: dal regista Boyle mi aspettavo qualche sfida mentale in più: http://www.posthuman.it/index.php?option=com_content&task=view&id=413&Itemid=1 🙂

Share this post

Articoli correlati

Il Classico I
È uscito il numero 32 (anno XV, maggio 2025) di Vita pensata. Copio qui l’editoriale, che si può leggere anche a questo indirizzo: Il
Leggi di più