Rirkrit Tiravanija. The House that Jack Built
Milano – Pirelli Hangar Bicocca
Sino al 19 luglio e al 26 luglio 2026
Non è solo per i suoi enormi spazi che lo Hangar Bicocca ospita mostre e installazioni caratterizzate sempre più da una vera e propria elefantiasi, da una ὕβρις estetica che rende per lo più sterili le sue manifestazioni.
Rebecca, dell’artista lombarda Benni Bosetto, consiste di quattro sezioni che vorrebbero mettere al centro il corpo/corporeità. La prima si intitola Le cellule e copre le pareti di tende, di merletti, di carta da parati, le quali rappresentano una sorta di alfabeto di segni. È questa la parte più interessante, anche perché la più pittorica, la più coerente.
Le altre tre hanno come titoli Il cuore, La pancia, La guancia e sono costituite da una miriade di oggetti tra loro diversi che disegnano un gioco iperintellettuale che diventa nichilismo estetico. Un concettualismo gelido che dà agli oggetti/opere titoli arbitrari, che potrebbero essere diversi senza mutare l’esito.
Ecco qualche esempio: Rischio per la terra di blackout globali e altro; Should I expand my trascendental body trying to perceive another dimension?; Perché i gatti ci accompagnano in bagno?; I just know that something good is going to happen; Topo a dondolo sul cubo di Rubik; La tempesta solare cannibale potrebbe arrivare molto presto (scettro con parassiti e orecchie); I miei oggetti sognano, le finestre sono affamate; Anche le formiche amano il latte; The universe was born in love; Imboccare il mondo fino a farlo esplodere…E così via.
Quando l’artificio diventa così palese, insistito, manieristico, vuol dire che l’arte – che pure è naturalmente sempre artificio – si è dissolta in un intreccio di interiorizzazione e di cerebralismo linguistico. E quando per gustare le opere è necessario avere almeno una laurea in semiotica, vuol dire che il sistema dell’arte (come lo chiama Giuseppe Frazzetto) ha divorato l’arte.
A questa installazione di Bosetto se ne accompagna un’altra dell’artista argentino Rirkrit Tiravanija: The House that Jack Built, più incentrata sugli spazi architettonici ma altrettanto elefantiaca e al confine tra abitabilità e banalità.
Ormai le mostre alla Bicocca di Milano vanno visitate per trovare qualche segnale che indichi il tramonto di questo gioco sterile dell’arte contemporanea. Ma temo che il gioco continuerà ancora per molto.






