«Vigna già maledetta». Una lettura non cristiana di Manzoni
in Dialoghi Mediterranei
n. 78, Marzo-Aprile 2026
pagine 47-54
Indice
– Così va spesso il mondo
– Espressionismo
– Don Rodrigo / Gertrude
– Don Abbondio / Donna Prassede
– Letteratura o filosofia della storia?
– Un’antropologia negativa
– Storia e disincanto
Appare anche a me incredibile. Mi sono formato infatti sulla scrittura di Alessandro Manzoni; l’ho spiegato tante volte a scuola quando insegnavo letteratura italiana nei Licei; ho tenuto conferenze sulle sue opere; è uno degli scrittori che più amo, ma non avevo mai pubblicato un saggio su di lui. L’ho fatto adesso mettendo al centro dell’analisi il suo primo romanzo, Fermo e Lucia, e facendo ruotare intorno a quest’opera espressionistica e disincantata i suoi testi storiografici, i suoi versi, le tragedie, I Promessi Sposi.
Fermo e Lucia è infatti un romanzo gotico e insieme modernissimo, nel quale la punteggiatura, un poco al modo di Céline, diventa parte del racconto e del dire dei personaggi. Un romanzo corale e sonoro, che ha l’intenzione di essere anche un testo vocale, dove sembra di sentire proprio parlare i personaggi mentre si leggono le loro battute. Un romanzo vivacissimo, che avrà certamente i suoi limiti, primo dei quali un lessico intessuto di dialettismi lombardi, di modi di dire locali. Ma è davvero un difetto? Non contribuiscono invece il suo lessico e la sua sintassi a percepire meglio la carne del tempo, la forza sia oppressiva sia emancipatrice della storia?
Le figure centrali di Don Rodrigo e di Gertrude appaiono diverse da quelle del secondo romanzo e anche la vera anima nera di entrambe le opere, Don Abbondio, mostra qui in modo ancora più esplicito la propria miseria. Nel corpomente di Don Abbondio, scrive Manzoni, «l’egoismo, la debolezza, e la paura vi si trovavano come in casa loro». Che il mondo sia «tristo» e che gli uomini siano «ingrati» è la tesi di Don Rodrigo ma è anche ciò che pensa il suo avversario, il Padre Cristoforo, per il quale «ogni uomo ama troppo la sua vita e il suo riposo per sagrificarlo alla giustizia, alla giustizia altrui», tanto che la peste «non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta».
La filosofia della storia e l’antropologia negativa di Manzoni possono comunque fare a meno e fanno a meno della loro base teologica. I suoi romanzi, compreso Fermo e Lucia, mostrano che esse sono fondate sulla capacità storico-psicologica di penetrare nelle ragioni e nelle forme dei comportamenti individuali e collettivi, mostrano una lucidità illuministica libera però dalle illusioni antropologiche e dalla fiducia storica dell’Illuminismo, anche se bisogna sempre ricordare a questo proposito che tali illusioni e tale fiducia non sono affatto condivise, ad esempio, neppure da un illuminista come Voltaire.







Ho letto il tuo saggio su “Fermo e Lucia” pubblicato su “Dialoghi Mediterranei”: davvero un testo di notevole pregio e rigore critico. Una analisi letteraria di grande valore, una interpretazione di Manzoni (e della sua opera maggiore) condotte con strumenti critici adatti e funzionali all’assunto di fondo della tua linea interpretativa che mira alla valorizzazione del primo romanzo manzoniano, quel “Fermo e Lucia” che viene solitamente trascurato. Tu, invece, lo hai riletto e proposto con il sostegno di una riflessione ampia ed il ricorso ad una analisi puntuale e accurata che evidenzia anche le matrici della sua successiva opera “maior”. Ben impostata l’articolazione interna del tuo saggio in diversi diversi paragrafi e pertinenti i rimandi al profilo culturale e religioso dello scrittore milanese. Ho apprezzato in particolare il ruolo del suo “pessimismo”, su cui ti sei soffermato, che contrasta con “l’arrogante autoritarismo dei buoni”.
Continua l’opera di distruzione (anche) culturale del nostro continente da parte dell’Unione Europea.