Leonardo Sciascia
Fuoco all’anima
Conversazioni con Domenico Porzio
A cura di Michele Porzio
Adelphi, Milano 2021
Pagine 169

Due amici conversano sui temi più diversi nella consapevolezza che il tempo di uno degli interlocutori, Leonardo Sciascia, sta per finire. E infatti il progetto di un libro tratto da tali conversazioni non si realizzò. Sino a quando, molti anni dopo, al figlio di Domenico Porzio, Michele, venne data la possibilità di lavorare sui nastri nei quali il conversare era stato registrato, riascoltarli, preparare il testo.
I dialoghi diventano quindi un libro che spazia sui temi più diversi, con le ampie domande di Porzio e le risposte assai brevi, proprio da siciliano, di Sciascia.

E infatti uno degli argomenti che ritornano più spesso si può ben intitolare De rebus siculis.
I siciliani, la loro familiarità con la morte, il loro matriarcato, la loro sottomissione a una mafia che nella sua ferocia contemporanea è stata un regalo degli Stati Uniti d’America: «Gli americani arrivarono con l’elenco dei mafiosi in tasca. I sindaci di quasi tutti i paesi furono scelti tra i mafiosi» (p. 43). I discendenti di quei sindaci che gli USA scelsero negli ultimi anni della II guerra mondiale sono rimasti per lo più coerenti con la loro origine, con la distruzione dei luoghi e della memoria, distruzione che è uno degli effetti più frequenti e pervasivi della stupidità. Un esempio sono gli amministratori di Agrigento, i quali di fronte all’ammaloramento del ‘pino di Pirandello’, l’albero che sta accanto alla casa dello scrittore al Caos, invece di curarlo pensano di sostituirlo con un pino di plastica: «Questa è la classe dirigente – per meglio dire digerente – che preferisce fare il pino di plastica piuttosto che salvare quello vero» (p. 135). Ma non si tratta soltanto della Sicilia, la quale si mostra più che mai una metafora, una sineddoche delle esistenze collettive: «Savinio diceva che la politica espelle l’uomo intelligente come un corpo estraneo. Credo che avesse ragione» (p. 74). «Il potere», infatti, «si appoggia molto alla stupidità. Quando non è addirittura gestito dagli stupidi» (p. 111). Lo è spesso, lo è quasi sempre, a tutti i livelli e strutture.
I siciliani sono cattolici ma non sono cristiani. È questo un tema sul quale l’opera di Sciascia ritorna costantemente.

Le tesi politiche di uno Sciascia che divenne sempre più libero sono tanto chiare quanto plausibili. La cosiddetta ‘sinistra’ appare ai suoi occhi miserabile. Di essa (non soltanto di essa ma particolarmente di essa) è parte una magistratura che tradisce continuamente la Costituzione e il buon senso.
La sinistra ‘progressista’ inventa leggi buone per l’astratto mondo di una ragione disincarnata ma non per il mondo reale delle persone e delle loro aggregazioni. Un esempio è per Sciascia la legge Basaglia, la quale ha prodotto – in particolare al Sud – «disastri. Famiglie distrutte. Una cosa incredibile» (p. 100). E in generale lo scrittore diffida molto, e ha pienamente ragione, della psicoanalisi, la quale «credo che ci sia sempre stata», ma «elevarla a terapia è una truffa» (p. 78).

Come Pasolini, Sciascia è consapevole che il potere appartiene sempre più ad ambiti che esulano dalle istituzioni ufficiali e legittime. Il potere è della televisione e oggi è della Rete, la quale produce gli stessi effetti: «La televisione ha ammazzato la conversazione, ha ammazzato la lettura serale. Ha ammazzato tante cose» (p. 131). Televisione e web collaborano alacremente alla costituzione di una società che già dalla fine del secolo scorso si avviava a diventare sempre più e drammaticamente una società del controllo, come Ivan Illic  – esplicitamente ricordato da Sciascia – aveva intuito e mostrato in tante sue opere, soprattutto in quella «sulla medicalizzazione della vita» (p. 23).

Le poche parole dedicate dallo scrittore a grandi fenomeni storici come l’ebraismo e il cattolicesimo si stanno rivelando profetiche, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua morte (1989).
Sciascia critica esplicitamente il «modo in cui oggi gli ebrei si realizzano nella storia», il fatto che «tutti i guai del Medio Oriente vengono dall’intrusione del fatto religioso nella politica», esprimendo indifferenza e un sottile disprezzo verso fenomeni da un po’ di tempo presentati in modo esageratamente laudativo come quello dei «mistici ebraici» (p. 67).
Su un ebreo – ferocemente perseguitato dai suoi correligionari – lo scrittore esprime invece grande apprezzamento e gratitudine: Benedetto Spinoza. Un filosofo che il razionalismo di Sciascia doveva sentire particolarmente vicino.
Per quanto riguarda il cattolicesimo, Sciascia mostra una comprensione assai lucida del tramonto della Chiesa cattolica a partire da Giovanni XXIII, apprezzando invece e coerentemente Pio XII, il quale viene definito con tranquillo coraggio «l’ultimo papa» (p. 65). Giudizio che corrisponde alla realtà degli eventi «perché il cristianesimo ha perso la sua aura di solennità. Se la chiesa fosse rimasta quella di un tempo, la Chiesa di Pio XII, ma sai quanta gente accorrerebbe?» (64). A distanza di alcuni decenni, tale affermazione è di una verità lancinante, tanto più dopo la salita al soglio pontificio di Leone XIV, un’ameba.

La parresia di Sciascia tocca uno dei suoi esiti più significativi e necessari a proposito della questione demografica, dentro la quale si colloca anche la riflessione sulla vecchiaia. Lo scrittore enuncia infatti una esplicita posizione malthusiana, sostenendo che se il problema della vecchiaia è diventato «insolvibile» la ragione principale sta nel fatto che «è il numero dei vecchi a impedire la soluzione»: gli anziani sono troppi per la semplice ragione che in generale gli esseri umani di tutte le età sono «troppi, si è sempre più in troppi» (p. 161). Questo è l’effetto di un «guaio, che l’uomo si è moltiplicato senza crescere in intelletto. Non ha capito subito che Malthus era uomo più grande di Marx» (p. 162). ‘Malthus più grande di Marx’ è una formula esplicita e coraggiosa.

Discutendo dei sentimenti, particolarmente vero è ciò che lo scrittore afferma a proposito della gratitudine, la quale «è un sentimento molto difficile da conquistare e, per le anime ignobili, insopportabile» (p. 84).
La vita culturale, la vera vita, sta naturalmente al cuore di queste conversazioni. Ricordo soltanto qualche passaggio tra i tanti, come il giudizio assai critico su Elio Vittorini e una splendida lode alla musica di Gioacchino Rossini: «Quando si è scritto Il barbiere, difficilmente si può scrivere altro» (p. 165). Concordo senz’altro.

Nel disincanto profondo che attraversa le parole di Sciascia, c’è un luogo di luce, di autentica gioia. Questo luogo sono i libri come pura, semplice, tenace felicità: «Per me la felicità è in gran parte legata ai libri. I libri letti, libri da rileggere, i libri che rileggo, i libri che scopro» (p. 71). Libri significa non soltanto lettura ma anche scrittura. Domenico Porzio ricorda il brano di una lettera di Petrarca indirizzata a Matteo Longhi nel 1371: «Leggo, scrivo, penso: questa è la mia vita e la mia gioia» (167). E Sciascia ribadisce che «lo scrivere è sempre un atto di speranza» (106), «scrivere è una cosa allegra» (p. 122).
Questa allegria è la cosa più bella del libro.

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Ho letto la tua presentazione del libro ‘Fuoco dell’anima’ con sincero piacere e gratitudine.
Sciascia e Porzio danno voce e verità ad una riflessione che ha la forza e la sincerità di chi confessa senza alcun timore il suo pensiero e lo fa perché il suo sguardo si è definitivamente allontanato dalle convenzioni e dalle banalità che ricoprono, come una superfice menzognera, le verità profonde della vita.

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