Autómata
di Gabe Ibáñez
Spagna-Bulgaria, 2014
Con: Antonio Banderas (Jacq Vaucan), Robert Forster (Robert Bold), Birgitte Hjort Sørensen (Roland Bodin), Dylan McDermott (Sean Wallace)
Trailer del film
In un volume di qualche anno fa intitolato Cyborgsofia ho scritto:
«L’invenzione fondamentale di Asimov, la più interessante, quella che costituisce il vero nucleo generatore non solo dei suoi racconti ma anche di gran parte della fantascienza successiva è costituita dalle Tre Leggi della Robotica. Le do qui nella loro formulazione completa poiché esse delineano una vera e propria etica delle Macchine, una roboetica:
1.Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno.
2.Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge.
3.Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.
[…] In queste Leggi sembra quindi tutto molto chiaro, semplice, lineare…eppure da regole così coerenti possono derivare conseguenze imprevedibili, atteggiamenti ambigui, pratiche contraddittorie.
Chi, infatti, stabilisce che cosa sia un danno? La consapevolezza di che cosa siano il bene e il male è già una caratteristica profondamente umana e come possono, quindi, le Macchine farla propria? Il danno è riferito a ogni singolo essere umano o a un gruppo, a una comunità, alla specie? E se un singolo uomo ne danneggiasse tanti altri, il Robot che cosa dovrebbe fare, sarebbe autorizzato ad attaccarlo oppure dovrebbe lasciare che molti altri umani patiscano danno? Che cosa succede se un umano impartisce ordini contraddittori o se due umani prescrivono atteggiamenti opposti? Ingannare un uomo affinché non patisca danno è un comportamento coerente o no con la Prima Legge? Come escludere che le conoscenze a cui i robot perverranno non faranno loro comprendere quale sia il bene degli esseri umani meglio di quanto lo comprendiamo noi stessi? E a quel punto dovranno ancora obbedirci – rischiando di infrangere la Prima Legge – o saranno autorizzati a prendere iniziative in forma autonoma – infrangendo la Seconda Legge? E se, come accade a Hal 9000 – la vera Mente del viaggio descritto in 2001 Odissea nello spazio – il Robot intuisse la propria centralità per portare a termine l’incarico affidatogli sulla Terra dai suoi costruttori e per compiere la propria missione si convincesse di dover eliminare gli umani? In altri termini, se il rispetto della Prima Legge comportasse la necessità di porre per un certo tempo in primo piano la Terza?»
(Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004, pp. 100-101).
Le leggi di Asimov stanno a fondamento di Autómata, una distopia ambientata nel 2044, dopo che delle tempeste solari di grande virulenza hanno reso arido il pianeta e lo hanno contaminato di radiazioni. Sono di conseguenza spariti la gran parte degli umani attualmente presenti sulla Terra (più del 97%) rimanendo soltanto 21 milioni circa di persone. La più parte di esse sono asserragliate in città fortificate e si fanno servire dai Pilgrim, robot molto avanzati che avrebbero dovuto aiutare l’umanità a salvarsi ma che non sono riusciti nell’obiettivo. Adesso questi dispositivi svolgono quasi tutti i lavori dentro città cupe, investite da piogge artificiali, senza luce.
L’esistenza di tali macchine è guidata in modo immodificabile da due protocolli. Il primo recita: «Un robot non può arrecare danno ad alcuna forma di vita», il secondo suona: «Un robot non può modificare se stesso né altri». E invece accade l’impensabile. Alcuni robot infatti sono diventati capaci di riparare se stessi e di modificarsi. Comincia da qui una vicenda che deve molto, naturalmente, a Blade Runner, anche e specialmente nell’ambientazione, ma che ha una sua inquietante forza nel fatto che i robot, pur se antropomorfi, rimangono robot (assemblaggi di ferro) e non sono degli androidi, come in altri film dal tema analogo. E sono robot che rispettano la prima legge sino a farsi distruggere dagli umani senza opporsi, pur avendo acquisito alcuni di essi una chiara consapevolezza di esistere e quindi essendo diventate persone.
Da ciò consegue l’elemento davvero interessante di Autómata, che è il ribaltamento dei ruoli etici. Pochi umani infatti, tra questi il protagonista Jacq Vaucan (un abile detective della potente compagnia di assicurazioni che garantisce il corretto funzionamento dei robot), appaiono misurati e sensati, essendo per lo più un assemblaggio di paura, avidità e violenza. Le ‘unità’ invece, come i robot vengono chiamati, si comportano in modo molto misurato, sensato e gentile. Su insistenza della moglie, Vaucan ha accettato di avere un figlio, una bambina che riesce a nascere e a sopravvivere ma da tutto il film appare chiaro che se c’è una specie che merita di vivere ancora in un pianeta ormai morto, questa non è quella umana.
Sempre più dalla parte di Mister Smith, insomma, e della sua intelligenza.





