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Les femmes au balcon
di Noémie Merlant
Francia, 2024
Con: Noémie Merlant (Elise), Sanda Codreanu (Nicole), Souheila Yacoub (Ruby), Lucas Bravo (il vicino), Christophe Montenez (Paul)
Trailer del film

Tre amiche sbullonate si ritrovano a Marsiglia. Due abitano insieme: Nicole cerca di scrivere un romanzo. Ruby  è una camgirl  che intrattiene in video a pagamento uomini infoiati. Elise fa l’attrice e arriva da Parigi in preda alla depressione per il lavoro che va male e il matrimonio che va malissimo. Durante un’estate calda oltre ogni limite (intorno ai 45 gradi) vivono tutti sui balconi – non soltanto loro tre – e in questo tentativo di trovare un poco di fresco Nicole ammira un dirimpettaio virile e seducente. Con la mediazione spericolata di Ruby riescono a farsi invitare da lui. Si tratta di un affermato fotografo il quale rimasto da solo con Ruby tenta di violentarla. Finisce impalato su una delle sue sculture e da quel momento le tre donne si stringono ancora di più tra di loro nel tentativo di nascondere l’accaduto e cancellare il corpo del vicino. Tentativi assai grotteschi e molto pulp. E però l’uomo ricompare di continuo a Nicole, insieme ad altri fantasmi di uomini fatti fuori dalle loro donne a causa della violenza da essi messa in atto.

Il film oscilla tra il fantasy, il romantico, il sanguinolento e il sociale. Prendendo quasi sempre il peggio dei vari generi, nel tentativo di mettere di tutto in questa storia, tutto di comico e tutto di drammatico, compreso un aborto del quale l’uomo è informato a cose fatte.
Elise, Nicole e Ruby sembrano le baccanti di una decaduta modernità, molto vendicative verso ‘il maschio’ ma anche molto attirate da lui, dal suo – come esse si esprimono – «cetriolone». E infatti il pene del fotografo ricompare di continuo, in particolare il suo glande che Ruby era riuscita a tagliare di netto. Nicole lo ritrova sotto il letto, lo tiene in mano affascinata, se lo porta a casa, lo mette in frigo. Poi cerca di riattaccarlo al corpo del morto.
C’è ovviamente qualcosa di significativamente paradossale in questa ossessione. Le tre donne pensano e vivono infatti sempre in funzione del maschio, dei maschi. Ma perché? Non sarebbe meglio, più distante, più forte, lasciare semplicemente i maschi al loro destino, alla loro violenza, alla loro presunzione? Farne semplicemente a meno, ignorarli, disprezzarli e non volerci nemmeno prendere un caffè? L’autoerotismo sarebbe una pratica ampiamente compensativa e queste donne sarebbero finalmente libere da ogni dominio e da tutto il resto. E, cosa di primaria importanza, si eviterebbe la nascita di altri maschi e femmine. A meno che non si voglia insistere e provare con la fecondazione di un donatore. Rischiando che nasca un nuovo maschio. Ma allora a quel punto la malattia, che potremmo chiamare maschilite, sarebbe veramente acuta, inguaribile.

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Caro Alberto,

come ci siamo già detti, chi uccide la moglie, la compagna o la fidanzata per reazione a un loro allontanamento, per possesso, per gelosia o per qualsiasi altro motivo non è un maschilista, ma uno squilibrato, anche perché sa con certezza – e se non lo pensa è ancora più folle – che poi pagherà giustamente carissimo quel gesto, o suicidandosi per sottrarsi alla giustizia, o con una condanna pesantissima, di solito all’ergastolo.
Per quanto riguarda invece le nuove leggi che si stanno introducendo per sanzionare la violenza sessuale e le consuetudini che spesso si possono osservare nei tribunali, siamo di fronte a un vero e proprio mostro giuridico, visto che l’onere della prova si è da tempo trasferito dall’accusatore all’accusato. Con queste nuove norme basterà una donna affettivamente ferita e intenzionata a non lasciare impunito il partner che si sta allontanando – perché non sono solo gli uomini capaci di gesti inconsulti per un abbandono – per rovinare la vita e l’immagine pubblica di un qualsiasi individuo. Si sta inoltre imponendo una sorta di condanna puritana per la sessualità libera, rendendola così pericolosa per un uomo da indurre i più ad astenersi, per il rischio costante di trovarsi poi denunciati, anche senza aver praticato alcuna violenza, nei giorni, ma pure negli anni successivi a un rapporto occasionale, ma anche inserito in una frequentazione abituale e persino in una convivenza.
La violenza sessuale esplicita ed evidente deve naturalmente essere sanzionata con durezza, perché si tratta di un atto inaccettabile di prevaricazione e di sopraffazione. Il problema è però che si sta considerando come violenza quello che in realtà non lo è affatto e che rientra nella molteplicità delle forme con le quali viene accettato un approccio sessuale, inserito nella varietà dei contesti e delle forme delle relazioni fra i sessi. Voler sanzionare questi aspetti significa voler sanzionare la vita, che è in odio, come spesso lo è stato anche in passato, a soggetti che sono inetti ad essa e che ritengono proibito e disdicevole tutto ciò che è a loro precluso.
Quello che però non riesco a capire e che maggiormente mi amareggia è come mai la splendida tradizione di libertà che la cultura occidentale si è conquistata in un percorso millenario di civiltà venga ora erosa e dissolta dall’imporsi di mentalità moralistiche, dogmatiche e liberticide, senza che ci sia un’adeguata reazione di rigetto per questa deriva, che colpevolizza il sesso e la libertà ideologica e personale come accadeva nel contesto repressivo controriformistico.
La cosa incredibile è che su questi temi destra e sinistra hanno votato insieme, come se si fosse trattato di sanzionare la pedofilia.
Un caro saluto.
Dario

Il conflitto attuale tra uomo e donna, così come viene raccontato dalla cronaca (atroce) e dalla rappresentazione mediatica, è da tempo degradato in una sequenza ripetitiva di dualismi insanguinati che hanno come ricorrente cifra espressiva la violenza del coltello, la folle gelosia, la bramosia erotica, il suicidio. Un nichilismo sessuale certamente reale, probabilmente ineliminabile, e raccontato con macabra monotonia. Raramente vengono proposte narrazioni diverse. Probabilmente le cose stanno proprio così: il coltello, lo strazio del corpo, l’incubo e la follia, il suicidio del reo. Un meccanismo spaventoso, senza vie di uscita, terribile, raccapricciante si è oramai imposto e governa il reale e il simbolico, l’agire del tempo e nel tempo, la nostra condizione e le relazioni che comunque si stabiliscono tra i due sessi.

Gent.mo Prof. Biuso, frequento da poco il Suo sito e sento a partire dal mio sentimento vitale di concordare con la Sua visione della vita stessa e del mondo. La ringrazio per la Sua coraggiosa testimonianza di pensiero; solo una curiosità, a partire dall’analisi della pellicola in questione (che non ho avuto ancora modo di vedere). Avrebbe sostenuto le medesime cose anche a generi invertiti? La ringrazio se mi vorrà rispondere. Una buona serata
Nicola Lazzarin

Gentile Prof. Biuso,
è sempre più una rarità ascoltare e leggere parole coraggiose e belle come queste. Ma sul tema in questione è addirittura impossibile imbattersi in affermazioni che devono apparire a molti fuori dalla “normalità” e “brutte”. Segno tangibile che la filosofia può ancora oggi svolgere egregiamente il suo compito, ovvero scoprire l’ovvio che si cela – e il più delle volte siamo noi stessi a nasconderlo – dietro finzioni grottesche e penose.
Il coraggio che si richiede in questi casi, come lei ebbe a dire qualche tempo fa, è quello di rischiare di guadagnarsi l’inimicizia di chi si credeva amico. Per continuare a pensare.
Essere filosofo è una impresa eroica. Per fortuna la filosofia ha ancora i suoi eroi.
Grazie davvero.

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