Enrico IV
di Marco Bellocchio
Italia, 1984
Con: Marcello Mastroianni (Enrico IV), Claudia Cardinale (Matilde), Leopoldo Trieste (lo psichiatra), Paolo Bonacelli (Belcredi), Gianfelice Imparato (Di Nolli)
Trailer del film
Un cavallo cade non per la sua selvatichezza né per l’imperizia del cavaliere ma perché qualcuno, da dietro, lo ha spinto. La gelosia nei confronti di una bella donna produce questi e altri crimini. Fatto sta che il giovane caduto da cavallo batte la testa e da quel momento si fissa sul ruolo che cavalcando stava interpretando, quello di Enrico IV, sovrano del Sacro Romano Impero dal 1084 al 1105. Proprio quell’imperatore che venne scomunicato da Ildebrando di Soana, papa Gregorio VII, e che di fronte a lui dovette umiliarsi per tornare a governare. Epoche molto diverse rispetto a quelle nei quali i Sommi Pontefici della Chiesa Romana si sottomettono a uno spirito del tempo per lo più assai miserabile. Ma torniamo alla vicenda: dal momento della caduta il giovane diventato Enrico vive in quel suo mondo lontano ma ciò che conta è che costringe numerosi altri a condividere la sua follia, assecondandola e ripetendo ogni volta la commedia della richiesta di perdono papale. Dopo vent’anni la ragazza che fu causa dell’incidente, il responsabile della caduta e uno psichiatra si recano al castello di Enrico per tentare ciò che il medico definisce «controtrauma», ponendo di colpo il pazzo di fronte alla realtà del presente.
È l’assai famosa trama dell’Enrico IV di Luigi Pirandello, uno degli esempi più chiari del gelido cerebralismo di questo drammaturgo, le cui storie, fantasie e costruzioni appaiono sempre più come le paure, i sogni, gli incubi e le aspirazioni di una borghesia europea al culmine del proprio potere. Potere che si rivelerà, si sta rivelando, appunto farsesco di fronte alla sua perdita a vantaggio di nuove e assai potenti oligarchie. E allora forse Pirandello ha ragione proprio in questo, nell’involontaria costruzione di una identità nella quale la borghesia con le sue ricchezze, astuzie, invenzioni concettuali e politiche è relegata a una innocua maschera di chi comanda veramente in una struttura che si chiama globalizzazione e possiede tutti i caratteri di un impero feudale esoterico, vale a dire di una struttura nella quale a fungere da capi politici sono dei più o meno miserabili membri di partiti che sono soltanto comitati d’affari, negli Stati Uniti specialmente ma anche in Europa, e a governare sono personaggi senza luogo, senza patria né confini, universali e soprattutto padroni dell’impalpabile, del virtuale, del digitale.
È chiaro che leggendo così il dramma di Pirandello e il film di Bellocchio sto pienamente dispiegando quella che l’ermeneutica di Gadamer definisce come Wirkungsgeschichte, la storia degli effetti che un’opera produce e la varietà delle interpretazioni che riceve, anche di quelle che appaiono più ‘arbitrarie’.
Il film di Bellocchio è una prova di come questo regista sappia entrare nel labirinto delle passioni umane e della storia. Del tutto godibile, tornando a Pirandello, la presa in giro della psicoanalisi, dei suoi traumi e presunti controtraumi. Leopoldo Trieste è l’ottimo interprete dello psicologo/stregone, del quale la follia e la saggezza di Enrico IV disvelano e distruggono ogni presunzione.





