Blog Bond biochimico

Bond biochimico

No Time to Die
di Cary Joji Fukunaga
USA – Gran Bretagna, 2021
Con: Daniel Craig (James Bond), Léa Seydoux (Madeleine Swann), Christoph Waltz (Ernst Stavro Blofeld), Ralph Fiennes (M), Ben Whishaw (Q), Naomie Harris (Eve Moneypenny)
Trailer del film

E invece prima o poi il tempo per morire si trova. Ma qui James Bond è ancora in forma. Dopo l’ennesimo rischio mortale tra le strade di una magnifica Matera, si gode la sua vacanza/pensione in Giamaica. Dove viene però rintracciato, chiamato e reclutato dalla CIA e poi dai Servizi segreti britannici che per tanti anni ha servito. Incombe infatti il pericolo di un’arma chimica di nuova concezione, che uccide facilmente e istantaneamente – con il semplice contatto della pelle – chi possiede un determinato codice DNA. L’arma è stata inventata nei laboratori britannici ma è stata rubata non dalla misteriosa Spectre bensì da entità ignote che in realtà vogliono sostituirsi alla Spectre eliminando con quell’arma i suoi membri, compreso il temibile Blofeld che continua a guidare l’organizzazione anche se segregato in un carcere di massima sicurezza. A poco a poco si comprenderà chi sta dietro a tutto questo, un personaggio la cui maschera appare lentamente e il cui sogno di dominio del mondo si concluderà in un fuoco d’artificio che annienterà un’isola contesa dalle grandi potenze. Il personaggio in questione ha a che fare con la lunga e tragica scena iniziale ambientata tra le nevi della Norvegia.
Come si vede, ci troviamo in una prospettiva planetaria e biochimica. Due delle caratteristiche del nostro presente-ora. Non si tratta solo di coincidenze tematiche ma di una complessiva atmosfera di inquietudine e di orrore biologico che viene continuamente esorcizzata dalle lunghe e complicatissime scene d’azione che costituiscono buona parte del fascino della saga di James Bond. Ovviamente iperboli e inverosimiglianza si moltiplicano nel procedere della trama e tuttavia si rimane incerti tra il bisogno di esorcizzare tutto quanto -«è solo un film»- e una strana sensazione di familiarità.
Altro omaggio allo spirito del tempo è la figura che ha ereditato il nome di Agente 007 dopo il pensionamento di Bond: una ragazzona di colore. Che però, probabilmente al di là della volontà degli sceneggiatori, riveste inevitabilmente la parte della valletta un po’ ignara e un po’ limitata. Non c’è niente da fare: l’agente 007 è maschio e bianco. Se lui muore finisce la saga.
Rispetto al precedente 007 Spectre girato da Sam Mendes nel 2015 qui siamo su un livello di consapevolezza politica e di piacevolezza cinematografica decisamente inferiore. Ci si diverte sempre ma rimanendo stavolta alla superficie di tutto. 

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2 Commenti
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Non sono mica tanto d’accordo Alberto, secondo me il tragico finale (e il suo inedito coté sentimentale) è la più radicale messa in discussione della storica monoliticità del personaggio. Qui la mia: https://www.posthuman.it/cinema/no-time-to-die-lo-spionaggio-ai-tempi-del-virus.
Intanto un abbraccio dalla convalescenza 😉

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